domenica 20 dicembre 2009

Loboto Natalizzati

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Il bombardamento era iniziato da tempo. Ormai il nemico era alle porte e come ogni anno tornava sempre alla stessa data.

Luci rossastre, melodie subliminali, neon impazziti, palle e decorazioni natalizie ovunque.

La Città rigurgitava immagini da ogni muro, pannello, manifesto, schermo. Migliaia di occhi telecomandati rivolti laddove era stato previsto.

Un senso di schiavitù intangibile ma onnipresente, iniziò a permeare la mente di Fabio.

Davanti ad una vetrina si vide riflesso. Dietro di lui un manichino. Scarpe, cappello, giacca, perfino le basette erano uguali. Era esattamente come quel manichino.

Erano riusciti a plasmarlo a tal punto? Si chiese stupito. E non se n’era nemmeno accorto.

E pensare che era certo di essere un tipo originale. L’avevano convinto loro anche di questo?

Ma poi… Loro chi? Era possibile dare la colpa a qualcuno?

In fondo, era lui che si era vestito così. L’aveva deciso da solo di comperare quegli abiti, che senza rendersene conto, erano in realtà diventati delle uniformi.

E la colpa non era di nessuno, se non sua…

Nella notte insonne, la fonte d’ispirazione, tardava a venire, mentre la pioggia batteva sul tetto mansardato del bagno.

Questo suono insistente, se non ossessionante, di primo acchito tratteneva in se’ un elemento ridondante che col passare dei minuti, delle ore, trasportava chi stava in ascolto, in un luogo ameno, quasi che ogni goccia che sbatteva sopra la sua testa, allontanasse il mondo che stava l fuori, e lo trasportasse sempre più lontano…

Ma, il resto della casa era anche peggio. Silenzi interminabili, amplificati dall’eco dei suoi passi in stanze semivuote.

Forse per questo decise di mettere la scrivania proprio nel luogo meno consono, ma senza farsi troppe domande sul suo operato.

Ecco. Ora se ne stava lì, seduto al lume di candela, tra il lavandino ed il bidé, con lo sguardo fisso nella penombra, dalla quale emergeva solo l’informe massa luminescente del water.

Eppure, chiudendo gli occhi, quel concerto sopra la sua testa, fatto di sole percussioni, sembrava donargli la serenità che stava cercando, e che il suo animo aveva trovato proprio nel luogo più strano, tra un sanitario ed un lume di candela.

Nel mentre cercava parole da spedire su un foglio in attesa di inchiostro, si rese conto che davanti ai suoi occhi chiusi, scorrevano solo immagini. Dal telegiornale del mattino, ai manifesti sulla strada, sino ai film in TV della sera, tutto attorno vi erano solo icone. Le parole sembravano non essere più le protagoniste di questo mondo, sconfitte dal predominio della vista sugli altri sensi.

Per uno scrivente, quasi scrittore, in cerca della vena, non rimaneva altro che tradurre le immagini in parole. Forse, era l’unico modo per dimostrare che la stessa cosa già vista, poteva essere eternata con delle lettere nere su un foglio bianco, e risultare addirittura migliore di quando era solo una foto sbiadita nella mente.

Nel bagno non vi erano distrazioni. Non una sola immagine a colori. Il bianco era la specie dominante, su uno sfondo scuro pavimentato.

Nel regno del bianco e nero, al riparo dal frastuono multicromatico, si sentiva a suo agio.

Davanti al foglio bianco sapeva che non sarebbero servite matite colorate per descrivere i colori. Bastavano delle semplici parole nere su sfondo chiaro. Solo queste erano le chiavi per entrare nella mente e ritrovarvi le migliaia di sfumature che forse nemmeno nella realtà esistevano più. Erano l’ingresso in un nuovo mondo, unico per ciascuno, perché ognuno avrebbe visto qualcosa di diverso dall’altro.

Come delle streghe in un sortilegio, le parole avrebbero evocato immagini, suoni, profumi, unici in ogni lettore.

Doveva esserci rimasto ancora in giro qualcuno che leggeva!

Loro sarebbero stati i suoi alleati, i soli che potevano capire di cosa stava parlando, anche loro alla ricerca di quel “diverso” che li poteva distinguere da un mondo omogeneizzato.

Si trattava in fondo solo di scovarli. Ma dove a quest’ora della notte?

D’un tratto si ricordò di un luogo non lontano ove i cultori della parola, nera su bianco, si avvicendavano nelle serate amene, forse alla ricerca di un luogo ove sfuggire al delirio omogeneizzato.

Era una libreria.

Aperta fino a notte fonda, accoglieva i lettori viandanti alla ricerca di un rifugio, ed a Fabio questa similitudine ricordò la notte di Natale, ormai imminente.

Appena entrato respirò subito un’aria diversa. Sentiva la presenza di milioni di parole scritte sulle pagine di quei libri, tutti stipati uno sull’altro. E per un attimo provò la sensazione del calore di casa.

Mentre passeggiava tra i lettori, col sorriso sulle labbra senza sapere bene perché, notò che vi erano molte persone e continuavano a giungerne. La speranza di trovare un luogo al riparo dal mondo che stava là fuori, sembrava essersi realizzata.

Infine si avvicinò alla cassa. Ma lì, l’ansia di nuovo prese ad attanagliarlo.

Una ressa di lettori, o presunti tali, si accalcava attorno ad un paio di scodinzolanti impacchettatrici natalizie travestite da Barbie di natale, penetrate anche in quel luogo, con nastrini, stelline e cartine luccicanti.

Osservando bene, notò che la maggior parte, non erano lettori, bensì acquirenti, presi dai loro rituali spasmodici di acquisto prenatalizio.

Erano dappertutto.

L’ansia prese il sopravvento e per un attimo Fabio pensò di vomitare.

Ascoltò per caso una conversazione tra un addetto indaffarato tra bancomat e scontrini, al quale una cliente chiese un’informazione letteraria. Forse era veramente in una libreria, si disse.

- Senta volevo un romanzo, ma non un romanzo qualsiasi, un romanzo… diverso! Mi saprebbe consigliare?

Lo sguardo del banconista con una carta di credito in bocca ed un’altra in mano si fece truce. Poi bofonchiò:

- Si…- si interruppe, - si…gnorina, ma diverso da cosa?!!

Il volto della cliente si incupì, e si fece pensieroso. Forse per sottrarla al dissidio o per togliersela davanti, il cassiere, nonché un tempo esperto libraio, le venne in soccorso.

- Perché non prende l’ultimo di Fabio Volo?

La Signorina si illuminò ed acconsentì.

- Perfetto, me lo incarta per favore? E magari se mi fa uno sconticino…

- Ma certo Signorina! Prende qualcos’altro? Quest’anno la cultura si vende a peso! Se arriva ad un chilo le facciamo lo sconto del dieci per cento! – E sottovoce concluse: - Le consiglio qualche tomo russo…

Fabio, si voltò e vide una cosa che lo sconvolse. Dietro di lui, altre clienti aspettavano con in mano tutte lo stesso libro. Ed era quello consigliato dal libraio a voce alta alla cliente.

Si rivide quache ora prima, riflesso davanti alla vetrina, ed ebbe l’impressione che tutte le lettrici in coda, fossero dei manichini che lo fissavano stranite. Mise una mano alla bocca e un istante dopo vomitò su una pila di libri di Dan Brown mentre cercava di infila re la porta.

Un libraio in partenza per una filiale sita in un'altra città, commentò che dove stava andando lui, i Dan Brown avrebbero venduto anche così conciati.

Bastava spostare i volumi nella zona gastronomia, assieme ai calendari sui gatti.

- Si sente male? – un’improvvida barista improvvisatasi libraia, lo prese per mano e lo accompagnò ad un tavolino dell’adiacente Bar. Li, assieme ad un bel te caldo, estrasse un libercolo e lo mise nelle mani del paziente cliente.

E così oltre al te, si ritrovò tra le mani anche l’ultimo libro di Fabio Volo. Mentre tratteneva a stento un altro conato, la barista dall’accento forestiero, insistendo spiegò:

- Fidati di me. E’ il Cult del momento. E poi Lui ci capisce. Ho letto che è un “non scrittore”, in sostanza uno come noi, come me… come te!

Fabio la guardò basito. Bella roba da dire ad uno scrivente con velleità da scrittore, pensò. Poi, col libro in mano, mentre la barista tornava finalmente al suo lavoro, si mise a parlare con lui.

- Fabio…Fabio, te lo dico con il cuore in mano, da Fabio a Fabio.. ma vaffanculo, va!

- Mi scusi, la disturbo? –

Una ninfa di rara bellezza, dalla voce suadente e lo sguardo intelligente, oltre che vispo, almeno agli occhi inebriati del giovane, gli si sedette accanto e prese per mano lui ed il libro che teneva stretto.

Rapito da quella visione e quel tocco, già non ricordava più cosa stesse dicendo, e cosa facessero lì mano nella mano. Lei, gli si avvicinò, lo guardò negli occhi e, gli prese il libro dalle mani.

Infine, sorrise. Sfogliando con nonchalance le pagine del non scrittore, si preparò a favellare.

- Il mio oroscopo di oggi, - riprese, - diceva che "se troverete un uomo, talmente uomo, da essere entusiasta dell’ultimo libro di Fabio Volo, non dovete lasciarvelo scappare"!

Fabio, ebbe un sussulto. Forse era l’oroscopo della Mondadori?! Si guardò in giro, ed infine si guardò dentro. Con la bocca impastata dal compromesso, e una mano sul cuore, trovò il modo di proferire a voce sommessa:

- Si certo, un libro vivace, piacevole e…non si può negare, anche di successo.

La lettrice lo guardò sospettosa.

- Ma non mi sembrate entusiasta…- concluse con voce spenta.

Fabio, sentendo svanire quel opportunità tra le mani, fece un gran respiro, chiuse gli occhi e d’un fiato sbottò:

- Ho letto tutti i libri di Fabio Volo, dal ultimo al primo, si… e trovo che l’ultimo, per l’appunto questo, sarà anche perché l’ho letto per primo… non so, fatto sta che è quello che mi ha lasciato più, … come dire…entusiasta! Lo giuro!

Un gatto miagolò tre volte, in lontananza.

- Lo sentivo! Il mio oroscopo non poteva essersi sbagliato. E poi si sente che Lei è un uomo colto!

I due si presero per mano.

Un paio di giovini e piacenti librai nel frattempo, tentavano di mettere in guardia Fabio da quella che doveva essere una delle Valchirie che si aggiravano per la libreria nelle serate più afose. Ma trattandosi di fuochi fatui interiori, potevano capitare anche fuori dal periodo estivo. I giovini librai vi erano vaccinati, ma qualche sprovveduto cliente ogni tanto, rischiava di finire nella rete. Ed infatti Fabio, aveva orecchie solo per lei.

La valchiria gli confidò che aveva bisogno di essere accompagnata da un uomo della sua indubbia cultura, e lo trascinò in giro per la libreria, quando inciampò su una pila di libri finendo chiappe all’aria su un tavolo ricoperto di testi Mantra sino all’orlo, per la gioia del labile Fabio.

- Si è fatta male signorina? – Le chiese Fabio.

- No, no. Cavolo, qui crescono pile di libri ovunque! Neanche li avessero seminati. A me tutta questa coltura dopo un po’ mette ansia. Ho bisogno di un po’ d’aria.

Transitando per la libreria, videro un buon uomo alla cassa che urlava come al mercato rionale del pesce.

- I Fabio Volo sono finiti, ma sono rimasti i Den Braun in offerta!

La folla si gettò sulla pila dei Dan Brown, mentre il solerte libraio rionale seguitava negli slogan:

- Non vi affannate, siamo qui a vendere cultura ogni giorno dalle nove a mezzanotte…!

E proprio mentre stava per scoccare la mezzanotte, la ressa non era ancora smaltita, così un libraio teutonico nell’animo, attirò la folla con un pretesto all’esterno.

- Ultima copia del libro di Fabio Volo! Chi mi prende lo avrà in dono!

C’è chi dice di averlo udito urlare in lontananza, ormai sulle orme di Sigfrido, che se fosse stato necessario avrebbe corso anche sino a Berlino…

La folla fuoriuscì all’inseguimento, e le porte si chiusero alle loro spalle, per mano di un lesto collezionista di chiose d’altri tempi.

Nel buio illuminato dal Natale, due novelli innamorati, si aggiravano per le vie di Verona, monitorati dalle telecamere del Sindaco.

- Il Grande Fratello veglia su di noi, altro che 1984… – disse Fabio per fare il colto.

- Anch’io lo guardo sempre! – Replicò la valchiria entusiasta. – Abbiamo proprio un sacco di cose in comune!

- Lo dice sempre anche il Sindaco… – Biascicò un passante che ce l’aveva col mondo.

- Che atmosfera natalizia, che colori romantici, - continuò lei, - perché non ci baciamo davanti alle telecamere di Piazza Erbe? Eh? Dai facciamo come al Grande Fratello!

Detto fatto, si spupazzò l’inerte Fabio che non reagì.

- Ma cosa c’è? - Seguitò lei, - non ti piaccio?

- Ma no, no – disse lui, - sono le telecamere, le luci… il Natale!

Lei si corrucciò.

- Tu sei un tipo strano. E poi non so neanche come ti chiami… e mi hai già baciata!

- Ma veramente io…- Replicò Fabio.

- Me ne vado, ciao.

Detto questo si guardò intorno e partì.

- Mi chiamo Fabio … - le urlò dietro. – Come Fabio Volo…

Lei si voltò. E lui riprese.

- Si, intendevo dire che, sono timido e le telecamere mi indispongono. Quanto alle luci natalizie, è come essere a Las Vegas! Ci sono anche i Babbi Natale impiccati alle finestre, Cristo Santo!

E nessuno si accorge di niente, e come se fossero tutti... natalizzati! Non se ne può più!

Lei gli si avvicinò.

- Fabio. Bel nome. Forse ho capito cosa cerchi di dirmi tra le righe. Tu odi Las Vegas perché hai perso tutti i tuoi soldi nel gioco…era capitato anche al mio ex.

Ecco, ci mancava il fantasma dell’ex. Le sopracciglia di Fabio si contorsero a forma di punto interrogativo. E lei non aveva ancora terminato.

- Ma non ti preoccupare non ti voglio mica sposare! E’ solo che io a Natale mi innamoro sempre…

In fondo l’atmosfera del Natale non era poi così male, si disse Fabio. Passeggiando mano nella mano con lei, si accorse che non avrebbe passato il Natale da solo quest’anno.

Merito forse dell’atmosfera natalizia, e forse pure di Fabio Volo… anche se non riusciva ancora ad ammeterlo.

Avrebbe voluto continuare a prendersela col mondo, ma per questo Natale, si convinse, che avrebbe fatto una pausa. Stavolta, al pari di tutti gli altri, aveva altro a cui pensare…

sabato 30 maggio 2009

L'ultimo gioco

Una carezza paterna le sfiorò la guancia arrossata, dove una lacrima, piccola come una goccia di rugiada, scendeva lenta. Il padre attento, l’asciugò con un dito.
Distesa sul letto della cameretta d’ospedale, per la prima volta tutta per lei, prese quel dito avvolgendolo con la sua piccola mano, e lo strinse forte, mentre un sorriso le increspava le gote, scoprendo alcuni denti ancora non del tutto cresciuti, che la rendevano così buffa ed irresistibile a Papà.
Con un gioco di sguardi si capirono al volo, come sempre. Del resto non vi era alternativa.
Silvia vide le labbra del Padre muoversi disegnando parole che leggeva solo lei. Non era certa di aver compreso ma ricambiò con un altro generoso sorriso che fece arrossire, stavolta, non solo lei.
Da circa un anno il suo gioco preferito era diventato leggere i fumetti dei grandi che le parlavano compiendo smorfie esagerate, quanto inutili, e che lei immaginava crearsi a lato delle loro labbra, come fossero quelli scritti nei fumetti dei suoi eroi preferiti.
La realtà era divenuta un gioco da quando aveva smesso di sentire i suoni, le voci, e tutto il resto.
Un gioco che non finiva mai.
Ma non era che l’inizio.
Quando un giorno il cielo si annuvolò, Silvia attese il sereno, paziente e giocosa come sempre. Ma al posto del sereno giunse una notte infinita.
Si ricordò allora di una favola che Papà le raccontava sempre, e che come tutte le cose che aveva sentito, continuava a ripetersi, ricreando un mondo sonoro dentro di se.
In quella fiaba, lui le aveva narrato di questo nuovo gioco, più e più volte. Un gioco molto lungo, in cui il mondo avrebbe fatto finta di non parlare più con lei. E lei avrebbe dovuto resistere, perché chi parlava per primo avrebbe perso.
In seguito, qualcuno avrebbe spento la luce. Ma anche qui non doveva preoccuparsi, perché Papà sarebbe sempre stato al suo fianco, e anche se non poteva più sentirlo, né vederlo, avrebbe sempre potuto farsi abbracciare tutte le volte che voleva, ed ascoltare il battito del suo cuore, che la faceva tanto sorridere.
In quel nuovo mondo senza più eco né immagini, Papà si inventava sempre nuovi giochi e le stava sempre vicino.
Lei, riusciva a muoversi nella stanza anche senza vedere. Tutto era chiaro nella sua mente.
Il gioco tuttavia non era finito. E Silvia lo sapeva. La parte più difficile doveva ancora venire.
Nella fiaba di Papà, un giorno lei avrebbe perso la voglia di correre, e di camminare. Ed anche se le sembrava quasi impossibile, avvenne proprio così.
Nel grande letto dell’ospedale, le erano rimaste solo le carezze di Papà.
Non ne poteva più di quel gioco. Decise di smettere e provò a gridare, aprire gli occhi e ricominciare a correre. Ma non ci riuscì.
A quel punto un fiume di lacrime silenziose, scese dal suo viso. Ma i baci di Papà erano lì, ad asciugarle, una ad una. Un bacio per ogni lacrima.

Dentro di lei sapeva, che tutto questo, non sarebbe durato a lungo.
Nella sua fiaba, Papà le disse che un giorno con un dito le avrebbe scritto qualcosa sulla pelle, e lei avrebbe dovuto indovinare. Questo voleva dire anche che era giunta la fine del gioco.
Silvia ormai, non aveva più voglia di giocare, né di piangere, aspettava solo la fine.
Senti il dito di Papà che disegnava grandi lettere sulla sua schiena, ed accennò un sorriso. Indovinò al primo colpo cosa lui le scrisse, ma lasciò che lo facesse ancora, molte volte.
Infine rispose nel loro linguaggio, per confermare che aveva capito e che avrebbe tenuto il segreto.
Strinse forte il dito del Babbo, con le ultime forze che le rimanevano, sino a quando lasciò la presa e scoprendo il suo dolce sorriso, un’ultima volta, smise di giocare per sempre.

mercoledì 29 aprile 2009

Al Bancomodino...

Tra un istante, tu te ne andrai, silenziosa come fossi in volo,
leggiadra ed accorta, a non turbare il mio sonno, sin troppo leggero
per non accorgersi del tuo fluttuare sinuoso, sopra di me,
mentre io, immobile, rimango in ascolto di ogni tuo respiro, volto a rapirti da me.

Perché?
L’ultimo quesito si spegne sulle mie labbra, e non riesce a raggiungerti,
mentre nella penombra scorgo la tua immagine, furtiva quanto seducente,
in quei gesti volti a coprire le tue forme che neppure celate,
riescono a ridarmi il fiato che mi tolsero la sera precedente quando ti incontrai.

Tutto ha un inizio ed una fine, ed ogni fine, in fondo, è solo un nuovo inizio.
Come posso convincermi ora di questo, proprio nell’istante in cui sto guardando il finale peggiore?
Solo stanotte sognavo una vita con te, e all’alba di questo nuovo giorno
i primi raggi di sole proiettano i miei peggiori incubi

Se tornasse la notte, se il tempo almeno si fermasse un istante…
Una luce sempre più intensa disegna il tuo seno, solcato da un ciuffo di capelli neri
Uno di quei raggi colpisce i tuoi occhi, sorpresi a guardare là fuori,
senza tradire il minimo pensiero per colui che vorrebbe almeno un ultimo sguardo da te.

La porta si muove, inutilmente silente, ma
d’un tratto, ti volti di scatto e vieni verso di me!
Il mio cuore palpita, la speranza si riaccende, mentre la tua mano mi sfiora
e va oltre, posandosi proprio a fianco del mio braccio inerte.

Un rumore di carta increspata esce dalle tue mani, e mi scuote
I miei occhi si spalancano, e tu sei li ad un soffio da me.
Le tue labbra si schiudono in un sorriso,
i tuoi occhi incrociano i miei, togliendomi la voce, e soffocando un guaito, rimastomi in gola

La tua mano scompare, tra i tuoi ampi seni, uscendone sola,
senza quei fogli ormai privi di alcun valore per me,
di fronte al ricordo di quella lunga ed unica notte,
conclusasi come molte altre, con un prelievo dal mio Bancomodino…

sabato 4 aprile 2009

De Profundis..s..s…

Sempre caro mi fu quest’irto collo…
eppure, nel dì dei Magi e dell’Epifania, che tutte le maledette feste si porta via,
mi ritrovo qui per darlo in dono, in quest’ultimo mio giorno prima di partir con loro...

Nel buio tetro della mia notte più nera, pensieri, come prigionieri, si addensano nella mente.
Miei incubi, compagni galeotti di una stessa cella, troppo stretta ed angusta per contenervi tutti,
lì, dentro questo mio loco, intimo e al tempo stesso alieno, vostra dimora invadente,
non trovate mai posto sufficiente, né via d’uscita.

Lasciatemi solo, almeno per un’ora! Che la mia mente dorma in attesa della Signora
Ella, certo, verrà, da sola,
a darci il silenzio eterno, mentre un nodo ci stringerà la gola.

Silenzio

O miei pensieri, e voi incubi, aspettate! Non ve ne andate via!
Chi rimarrà ora senza di voi a tenermi compagnia?
La solitudine è forse una compagna?
Forse, lo è, si…ma degna meno di una cagna,
di starmi accanto nel momento del trapasso,
e darmi la forza di compiere quest’ultimo, mio inutile passo.

Ma per dove, se è lecito, se non verso il nulla eterno?
Non vi è stella, né aurora in quella notte, eterna quanto l’infinito.
Solo un ricordo rimarrà di me, vivo in poche menti, che si estingueranno presto,
e finalmente nulla, tranne solo un nome, resterà scritto su lapidi ignominose.

E quanto di quel nome ancora rimarrà? Anche lui distruggerò con questo mio gesto,
per inficiarne la memoria, affinché non si eterni oltre colui che lo porta,
invidioso del suo intramontabile destino.
No...Non giunga pronunciato alle orecchie di alcun mortale,
e scompaia anch’egli nel silenzio dell’oblio,
con un gesto immondo e impuro, quanto il mio.

Nulla di eterno rimarrà di me,
tranne una lettera senza un perché,
ed è per questo che io ti chiedo ora, ultimo lettore di questa copia umida e sola,
di annusare questo foglio vigliaccamente intriso,
e di esalare con me il tuo ultimo sorriso,
affinché non rimanga memoria, neppur in chi lesse, di questa triste storia,
scritta su un foglio con un veleno vile e senza gloria,
che svanendo porterà con sé, un compagno per il mio cammino,
o almeno per chi crede che oltre a questo, vi sia un ulterior destino…

domenica 29 marzo 2009

Una donna, un tempo, unica

Sola, se ne stava distesa su un immenso prato di lenzuola intonse, almeno quanto lei, meditando sul suo destino, ignoto come un passato ormai dimenticato.
Passato e futuro, lontani eppure confondibili tra loro, per chi ha smesso di guardare indietro, e al tempo stesso di coltivare speranze per il domani.
Una vita vissuta come fosse eterna. Ma eterna fu solo la convinzione di eternità nella quale si perdevano, una dietro l’altra, giornate, speranze ed incompiuti amori.
Giorno dopo giorno il tempo le ricordava il suo incedere, ma purtroppo chi sogna ad occhi aperti, è cieco di fronte alla realtà.
Una vita dilapidata nel comprendere chi poteva essere l’eletto. Quel unico Principe degno del suo universo, altrettanto unico, del quale si sentiva centro, e origine.
Impietoso, un giorno, il tempo la destò, ricordandole che in un futuro non lontano anche a lei sarebbe toccata la sorte di essere scelta.
Irruenta, la travolse la paura, la stessa che le aveva impedito di scegliere sino ad allora, forse per non incorrere in un errore, tanto temuto.
Ora fremeva, al pensiero che ricadesse su di lei la scelta di chi le era ignoto. E ancor di più tremava all’idea di non poter concedersi un ulteriore rimando, perché all’orizzonte non appariva ormai alcuna alternativa.
Tutta se stessa, la sua vita, il suo futuro nelle mani di un uomo uscito dal nulla a ghermirla con maestria e perfezione, così artefatta da sembrare vera.
Chi le avrebbe detto chi fosse realmente costui? Ma la risposta era già confezionata nella proiezione romantica di un futuro assieme, e null’altro voleva vedere.
La sua vita stravolta per effetto di un casuale incontro.
Sarebbe stato ridicolo quel pensiero, sino al giorno prima. Lasciare ogni cosa, le amiche, le abitudini, per seguire colui che rappresentava la sua ultima, forse, possibilità di agguantare una vita sfuggitale di mano, per una propensione all’eterna giovinezza, vissuta con uno sguardo sempre puntato verso il tramonto che doveva ancora venire.
Ma ora, ogni sole che scompariva dietro l’orizzonte, spandendo tutto intorno l’ultimo tepore estivo, le ricordava che l’autunno stava calando il sipario, e l’inverno solitario e gelido, era ormai incombente.
Con una sensazione di inevitabilità, stipata a forza dentro un cuore forse innamorato, se ne andò con lui.
Non si chiese stavolta se era l’amore vero, ossia l’ultimo oltre il quale non serviva cercare ancora. Scelse invece, di concentrarsi sul pensiero che sarebbe stato l’ultimo comunque.
Vinta, e conscia di non potersi più permettere di rimandare una vita divenuta con lei spietata, ringraziò l’ignoto destino per l’ultima chance concessa ad una donna, un tempo unica.