domenica 15 aprile 2012
L'Artistoide
La temuta critica d’arte era arrivata. Gli artisti erano in visibilio. Bastava un suo parere negativo per stroncare una carriera e mandare all’aria, anni di duro lavoro e ricerca artistica.
Due anni addietro, una giovane promessa della pittura si era ridotta a fare l’imbianchino, dopo una sua stroncatura magistrale su “Pennello facile”.
Lo stesso era accaduto ad uno scultore provetto, datosi all’edilizia, dopo che le sue opere furono da lei definite “un retaggio dei castelli di sabbia eretti in spiaggia da bambino, e da cui traspare un lapalissiano complesso di edipo”.
Ma allo stesso tempo, una sua positiva recensione aveva contribuito a consacrare come artisti di grido, supposti geni, sino ad allora incompresi, autori di teschi diamantati, bimbi impiccati e tele squarciate, altrimenti rimasti forse nel limbo come provocatori e latenti serial killer, gli stessi che in seguito invece entrarono a pieno titolo nel grande calderone dell’arte contemporanea.
La critica d’arte, giunse curiosa allo spazio B27, per valutare l’opera di un neofita che si era riservato una stanza intera per la sua esposizione.
Il suo sguardo iniziò a scandagliare ogni punto, in basso, in alto, a destra e a sinistra. Infine si posò sull’artista che a braccia incrociate e sicuro di se’, se ne stava appoggiato al cartello B27 con un piede sul muro. La critica d’arte appariva perplessa. Sembrava non avesse mai visto niente del genere.
Infine, si avvicinò al neofita con fare indagatore.
- Buongiorno Signor…
- Artistico… Gianni Artistico.
- Ah, - fa la critica perplessa – nome d’arte mi verrebbe da dire, ma sono convinta che la battuta le sia già stata fatta da...
- A dire il vero no, - fa lui serioso, – dov’era la battuta?
La critica rimase silente e pensierosa, rimirando di traverso questo burbero artista. Poi riprese:
- Ok, torniamo alla sua opera. Non vorrei apparirle superficiale, ma io ho qualche difficoltà a scorgere la sua creazione.
- Non si preoccupi non è mica obbligatorio vederla, con tutto quello che c’è in giro, può andarsene anche da un’altra parte. Arrivederci.
Ma lei, sempre più colpita dall’inusuale accoglienza, insistette.
- Veramente, ci terrei a capire un po’ di più la sua linea espositiva, quindi se volesse essere così gentile da mostrarmela lei, con parole sue, gliene sarei grata.
Artistico la fissò con sufficienza.
– Cosa vuole che le dica? Eccola lì.
La critica d’arte, cominciava a sentirsi in difficoltà e pure un po’ su di giri.
- Scusi, forse sarà anche colpa mia, ma io non vedo niente in questa stanza. Se si tratta di un’opera minimalista, me la indichi per favore, perché mi è proprio sfuggita… non riesco a vederla!
- E allora? – Concluse serafico Artistico.
- Come sarebbe a dire “e allora”?
- Si vede che non c’è niente da vedere… - concluse Artistico.
- Ma… ma, mi scusi… se lei viene ad una mostra d’arte in qualità di espositore, si da per scontato che abbia qualcosa da mostrare, no?!
Artistico sorrise, scuotendo il capo.
– La sua visione è limitata ed obsoleta, almeno quanto lei, oramai. Dovrebbe cambiare lavoro.
La critica d’arte era già paonazza, ma non si diede per vinta.
- La ringrazio, lei è molto gentile. Tornando a monte, sta cercando per caso di spiegarmi che voleva rappresentare il “nulla” lasciando la stanza completamente vuota? Guardi che l’hanno già fatto suoi ben più illustri predecessori…
- No, – fa Artistico scuotendo le spalle, – io non volevo rappresentare proprio un bel niente, altro che “il nulla”…
- Mi scusi, di nuovo – insistette lei, sempre più perplessa – ma vorrebbe dirmi che è venuto sin qui, ha affittato lo spazio espositivo, e non ha fatto niente?! Ma che storia è mai questa? Qui siamo ad una mostra d’arte!
- Perché fare niente non è forse un’arte? – Commentò Artistico del tutto sereno. – Mio cugino è una vita che non fa niente. Mica è facile sa? Provi lei, se ci riesce, a stare una vita intera, senza fare niente di niente. Le potrebbe venire l’esaurimento nervoso, invece a lui no…
- Ma cosa c’entra suo cugino nullafacente adesso?! Stiamo parlando d’arte qui, si guardi intorno!
- E chi è lei per dire che fare niente, non è un’arte? – Bofonchiò Artistico.
- Io sono una critica d’arte da più di trent’anni! – Sbottò lei offesa.
- E io sono Artistico dalla nascita. C’è scritto anche sulla carta d’identità! – Concluse lui, sventolandogliela davanti agli occhi.
- Lei è un buffone! – Si mise ad urlare, paonazza. - …E manca di rispetto a tutti quelli della sua categoria!
- E chi sarebbero? Quei serial killer mancati che lei descrive come “astri nascenti” ?
L’ormai datata critica, iniziò ad avere il fiatone ed a dare segni di squilibrio.
- Lei… lei … e poi io non… ma insomma…
- Vada a casa a lavare i piatti, ascolti me… - la congedò malamente Artistico, con sdegno.
La critica d’arte, iniziò a schiumare dalle labbra ed in men che non si dica, finì lunga distesa per terra, con gli occhi spalancati ed un paio di copie della sua rivista d'arte in mano.
Artistico non fece una piega. La guardò per un attimo, esanime, supina e con la bocca spalancata. Dopo una breve riflessione, ritenne che quello potesse essere il miglior contributo mai dato dalla Critica all’arte contemporanea, e senza toccare niente, si avvicinò al cartello B27, e con un pennarello nero scrisse in stampatello il titolo dell’opera esposta:
“Natura morta”.
Poi, ripensandoci, tornò sui suoi passi ed aggiunse la frase: “La fine della Critica nell’arte contemporanea”.
Un capannello di artisti, latenti serial killer e non, si radunò a complimentarsi con lo sconosciuto collega per la sua rappresentazione veramente realistica, nonché per il suo coraggio, senza nascondere una velata soddisfazione per il soggetto ivi rappresentato, che non era mai stato particolarmente simpatico a nessuno di loro…
domenica 4 marzo 2012
Il sapore dell’eternità
Col suo incedere incerto ma determinato, rivelò presto l’intenzione di andare oltre quel rumoroso baretto frequentato da chiassosi giovani, dediti alla ricerca della linfa vitale nei fantasiosi cocktail del barista, che condivideva con loro l’età, ma non le pene del conto.
Il vecchietto se la rideva gaudioso, mentre con la coda dell’occhio si gustava quella scena, vissuta e rivissuta allo stesso modo, in lontani fasti di gioventù.
I ricordi si miscelavano nella sua mente, quanto gli ingredienti dei cocktail usati dal barista, dietro al bancone.
D’un tratto, sembrò soffermarsi un istante, quasi per tornare indietro nel tempo e rivedersi in mezzo a loro, con qualche lustro in meno, rimembrando follie acerbe di giovinezza.
La gioventù del loco, assistendo all’impietosa scena di un tripode, che col suo bastone avanzava lento tra di loro, non poté esimersi da sguardi impietosi.
Uno di questi, con una spontaneità pari solo all’irruenza dell’età, pose una domanda al vecchietto che lo fece sussultare:
- Ehi nonno, quanto pagheresti per tornare indietro alla mia età?
La frase, farcita di una risata e condita pure di commenti sgradevoli da parte dei suoi coetanei, trafisse il vecchio, che per un istante se ne stette lì, con uno sguardo sparuto, alla ricerca di una risposta.
Lo sguardo poi, iniziò ad astrarsi, perdendosi a ritroso nel tempo che fu.
In questo viaggio, sembrò immedesimarsi nel ragazzo, nei suoi pensieri e nella sua supponenza.
Infine sorrise. Parve per un attimo pensare, se valesse veramente la pena di tornare a quello stadio primordiale e ricominciare tutto da capo.
La voce uscì ferma, con tono risoluto dalle sue labbra, intrise di decenni di esperienze che non ammettevano repliche:
- E tu, quanto daresti per essere sicuro di arrivare alla mia...di età?! –
Il ragazzo rimase perplesso, al pari dei suoi coetanei.
Il vecchio, lasciò il giovane a rimuginare col bicchiere in mano, in compagnia del suo senso di superiorità verso chi non apparteneva più al suo mondo.
Un mondo talmente esclusivo, che la prospettiva stessa di uscirne, appariva al ragazzo così lontana da ritenerla impensabile, convinto com’era, che il sapore della giovinezza fosse lo stesso dell’eternità.
lunedì 19 dicembre 2011
Il primo Natale alle Giubbe verdi
L’urlo, neanche tanto convinto, partiva dalla cassa della libreria, secondo alcuni, da qualche giorno piuttosto disertata.
- Ma quali comunisti…?! – Fa un giovane di spirito, con indosso una mise tecnica da alta montagna, impegnato alacremente ad armeggiare con un terminale.
- E’ la fine…accendete un cero per noi.. - continua quello in cassa, in una sorta di monologo ciclico vittimista, anche lui con gli occhi sul terminale, e lo sguardo fisso sulla mappa degli autobus… di Kansas City.
- Cooosa c’è…?! – Chiede un terzo, quasi per abitudine, sopraggiunto mentre cerca a sua volta un terminale libero. – Allora… Cooosa c’è? – Dice di nuovo, raggiunto il terminale, scaldandosi le mani lungamente prima di posarle sulla tastiera.
- Ma non vedete che non c’è nessuno? - Seguita quello in cassa scuotendo il capo continuamente, - è quasi Natale, dovrebbe esserci l’invasione! Siamo finiti…
- Ma se sono solo le nove e mezza di mattina! Chi vuoi che ci sia in giro? E’ già tanto che abbiano aperto i bar e le tabaccherie…
- Le tabaccherie! – Ripete illuminandosi il cassiere.
- Oddiooo… – si ode rimbombare nella libreria deserta, – non dovevo dirlo! Adesso si ricomincia...
Una stagista di pacchettistica natalizia, in disparte, se la rideva di gusto. Vicino a lei, una veterana stakanovista, incapace di stare ferma, sistemava una fila di libri appena risistemati, brontolando che non era quello il sistema giusto.
- Ogni mattina la solita pantomima…- seguita brontolando la collega che a forza di sistemare diceva che le era venuto il “sistema nervoso”.
Intanto, la stagista, sempre ilare, si chiedeva se un giorno anche lei avrebbe lavorato in un posto così divertente, magari proprio nella stessa libreria…chissà…
- Vieni, vieni… - la risvegliò il cassiere mentre lei, bella e incantata, se lo mangiava con gli occhi da dietro una pila di libri, - non startene lì con le mani in mano, che poi le colleghe brontolano! – Concluse sottovoce. – Piuttosto… faresti un salto in tabaccheria finché non c’è nessuno? Ho un paio di terne da piazzare, che…
- Ecco ci risiamo… – fa uno dei due con la testa nel terminale.
- … allora 90, per la paura, 17 per la sfiga, e 101 per la catastrofe…
- Ma veramente, il 101non so se…- fa lei timida e succube.
- Stai zitta! Lo so io perché! E tutti sulla ruota dell’Aquila. Per sintonia di sfighe, deve essere per forza quella giusta…
Alle dieci abbondanti, entra trafelato un tizio che sembrava un modello della Timberland ma che poi invece si rivelò essere solo un dipendente in ritardo.
Smoccolando di primo mattino, se la prende maledicendo nell’ordine: le telecamere, il Sindaco, i leghisti, la specie umana in decadenza, i cambiamenti climatici e il Pilates, il tutto prima di raggiungere la cassa.
Gli fa eco una collega, che avulsa dalla realtà, entra dalla porta del Bar retrostante, dalla quale era uscita poche ore addietro, ma non proprio con la stessa andatura.
- Oddio! – Riprende quello in cassa, - su L’Arena c’è un’altra pubblicità di una libreria che ha diversificato! Hanno fatto come i minotauri, “restaurant, libreria ed agenzia viaggi”! Che sia questo il futuro? Dobbiamo farlo anche noi, diversifichiamo!
-… si dai, diventiamo anche noi dei diversamente abili! – Commenta quello che ce l’aveva col mondo, - … noi potremo fare ad esempio “corsi di Yoga, mensa per poveri e libri usati a metà prezzo” per battere la crisi!
- Perfetto! Vengo anch’ io col mio banchetto! – Fa uno col cappello appena entrato che aveva fatto l’albero di natale per antonomasia al presepio vivente di tre anni prima..
- Calma..., calmaa! Coosa c’è? – Riattacca il saggio della libreria, scaldandosi dopo le mani, anche la voce, - siete preoccupati per la concorrenza? E’ un fuoco di paglia, rilassatevi. E poi chiudono presto gli altri alla sera. Mal che vada noi allungheremo il turno notturno…
- Siii! – Fa quella entrata dal bar, - io farò il turno di notte, e magari teniamo anche il bar aperto 24 ore su 24! – Conclude abbracciando la barista di turno che, solo all'idea, svenne tra le sue braccia.
- …e perché, già che ci siamo, non apriamo anche un nuovo reparto a luci rosse! – Chiosa l‘altro, risvegliando lo sguardo assopito del vicino di postazione, con la mise tecnica.
- Che balle! Son già stufa di sentirvi… io vado in pausa! – Dice salutando, quella arrivata da poco, mollando la barista ed infilando la porta.
Il primo cliente della giornata, chiese impunemente: - Ma state parlando della F… -
Aggredito da più parti, al grido “non osare nominare quel nome in questo luogo,” non riuscì a terminare la frase ed infilò la porta anche lui.
- Maledetti comunisti! – Riprese con la nenia quello in cassa.
- Ma non eravamo noi i comunisti? – Bofonchia il saggio, - Giubbe rosse e tutto il resto…?
Proprio in quel momento, giunse una collega graduata dai piani alti, che si distingueva dagli altri perché portava con se’ gli orari della settimana. Dietro di lei, giunse pure il più alto in grado tra tutti, pronto a sedare i toni.
- Non sono mai stato così contento di vedere gli orari… - fa quello in cassa, - vuol dire che almeno la prossima settimana, ci siamo ancora!
- Bastaaa! – Fanno tutti quanti in coro. - Porti sfiga!
In preda ad un delirio isterico contagioso, il cassiere si scagliò sulle vetrine urlando:
- Bisogna rifare le vetrine! Sono vetrine comuniste! Adesso che i comunisti sono gli altri, noi dobbiamo cambiare colore, o i clienti faranno confusione! Basta con le giubbe rosse…siamo in una città leghista, del resto! Il 50 per cento vota per la lega, e sono tutti clienti potenziali!
- Siii! – Fanno in coro le colleghe contagiate. – Bella idea!
- Ma si, - fa il saggio con ilarità – e allora, perché non cambiamo pure il nome in Giubbe verdi?!
- Siii! – Fanno tutte in coro di nuovo, prendendolo sul serio.
Il cassiere indossati i panni del vetrinista, partì alla carica.
- Portatemi subito “Gente del Nord”, “Avanti Po, Lega nord alla riscossa” e”Vento della Padania”…
- Non so se sono tutti disponibili… - fa una collega titubante, - ora controllo...
Alla vista della scena in corso, il saggio si scaldava le mani e se la rideva di gusto. Infine concluse:
- Uno c’è di sicuro…”Idiota in Politica, antropologia della Lega nord” prova a vedere…
- Si c’è! – Fa la collega, su di giri per il ritrovamento, – è della Feltrinelli… oddio cosa ho detto!!!
- Abbattetela! – Urla il vetrinista indemoniato, - o ci porterà sette anni di sfiga!
Mentre le colleghe meditavano sul linciaggio, una Voce Guida da dietro una pila di libri, le bloccò:
- Ferme! La paura è contagiosa, non fate così, non serve a niente! Fate invece un bel respiro col plesso solare ed incrociate le gambe … e le dita, che porta pure bene! – Urla la Voce, con un tono tra il paternalistico e lo yogin.
Ma scoperto che la voce apparteneva ad uno di loro, l’effetto esoterico placebo svanì.
– Mantenete la calma! – Urlò mentre cercavano di sedarlo.
- Beh, - fa il più alto in grado – forse non è una cattiva idea…Giubbe verdi…in fondo si dice anche “verde speranza” no?! Proviamo!
- Noo! Tu quoque Brute…- Chiosò la voce ex guida.
- E allora se è questa la piega, io mi licenzio! – Sbotta una figlia dei fiori, nata nella generazione sbagliata, che aveva pure cambiato libreria per avvicinarsi a casa.
Quando tutto sembrava ormai perduto, rientrò proprio allora la collega dopo la meritata pausa, accompagnata da un mesto barbuto, oramai simil teutonico.
Alla sua vista tutti esplosero in uno spontaneo e corale:
“...ah ci ghe!” Mentre uno di loro si lisciava le sopracciglia.
- Ehi, - fa il nuovo venuto, - ho saputo che avevate bisogno di rinforzi… che era in gioco la sopravvivenza stessa della libreria e non potevo starmene là con le mani in mano! E poi, a dire il vero, a Berlino son finiti gli alloggi… e allora ho pensato di tornare all’ovile...
- Figliol prodigo! - Fa il più alto in grado, sfoderando una vena religiosa inattesa.
- Ma… – dice quella con gli orari in mano – non si era detto semmai, che dovremmo ridurre?!
Dopo un attimo di silenzio, il boss prese la parola:
- Ma si, uno più uno meno…- chiosa, - cosa vuole che sia! E poi a Natale siamo tutti più buoni!
domenica 2 ottobre 2011
Defecatio Tax
-Entrate e uscite! E’ sempre la stessa storia…per aumentare le entrate dello Stato, l’unico modo, è porre un controllo sulle uscite dei contribuenti !
Di rimando i suoi collaboratori proposero una serie di tasse sulle spese e l’aumento dell’IVA. Ma il ministro non era soddisfatto. Voleva qualcosa di innovativo.
”Nein! Nulla si crea e nulla si distrugge!” – Sbottò uno dei consulenti tedeschi più pagati, mimando una bocca intenta a masticare. – Entrate und uscite! Qvello che entra prima o poi esce! Chiaro?!
L’attenzione del ministro si spostò quindi verso ben altre uscite. E forse per non contraddire il teutonico consulente inviato dalla BCE, il ministro approvò il piano.
Parafrasando Einstein, la più odiata tassa della storia, sarebbe quindi stata applicata non sulle entrate, bensì sulle uscite. E così, un team di esperti fu subito incaricato di trovare il modo per applicare la tassa a tutti i WC del Paese.
-Basta ormai è deciso. Chi mangia di più, paga di più! Molto semplice no? – Chiosò Treconti.
La notizia si diffuse e fu accolta con sgomento. Ma si era pur sempre in Italia, sebbene in sogno. E l’ingegno dei cittadini messi di fronte a tale spietatezza, produsse i soliti effetti, tipici dell’ingegnosità italica.
Le vendite di Viagra furono superate da un nuovo prodotto che induceva alla stitichezza cronica. Anche la vendita di nuovi freezer toccò picchi mai raggiunti. C'era infatti chi puntava a stoccare tutte le uscite nel congelatore, in attesa del solito condono di massa.
Proteste e scioperi, non tardarono ad arrivare e con questi i soliti aggiustamenti alla tassa e relative esenzioni fiscali.
Le prime ad essere esentate furono le categorie professionali a “rischio”, come paracadutisti, pompieri, domatori di leoni, guardie giurate, forze dell’ordine e tutti coloro i quali dimostrarono di incorrere in emozioni forti che potevano produrre effetti non controllabili sulle uscite. Tuttavia, tra la sorpresa generale, a questi si aggiunsero presto avvocati, notai, politici, taxisti, imprenditori ed altri ancora, lamentando ciascuna categoria, una propria dose di “rischio professionale” dovuto a qualche tipo di emozione forte.
Anche quelli dell’Arci Gay protestarono e dissero di sentirsi discriminati. Per loro questa era infatti come una tassa sul sesso. Qualcuno dal Ministero ebbe il cattivo gusto di ricordare loro che si trattava di una tassa sulle uscite, e non sulle entrate…
Ma quell'anno, una rara forma influenzale che colpiva le vie intestinali, finì per alterare la logicità normativa del legislatore.
L'influenza aveva messo sul lastrico migliaia di famiglie che non riuscivano a pagare le tasse accumulate in una settimana di influenza.
Il Papa fu colpito in prima persona dall’influenza, come molta parte del clero, evento che andò a pesare non poco sulle casse del Vaticano. Forse anche per questo, formulò urgentemente un’enciclica denominata: Defecatio tax.
I contenuti religiosi e spirituali si mischiavano a quelli meramente terreni, e fisiologici.
Nell’enciclica si affermava che era inaccettabile l’ingerenza temporale dello Stato su un tema che andava a colpire i fedeli nel momento di maggior intimità con il proprio spirito.
Anche il clero quindi fu esentato, in quanto, si disse, già gravato dal voto di castità anteriore.
Le forze politiche di opposizione ebbero gioco facile a dire che per colpa di questa tassa, gli italiani erano finiti nella materia oggetto di tassazione!
Infine vi erano i soliti furbetti, che avevano due bagni in casa, uno dei quali abusivo.
Per tutti gli altri onesti cittadini ormai la situazione era insostenibile. Costrette sul lastrico dall’influenza, migliaia di famiglie erano finite per strada.
Il ministro venne cacciato dal governo, perché con la sua tassa era riuscito a scontentare proprio tutti.
Rotolandosi nel letto, Treconti era ormai prossimo alla fine del sogno che si era trasformato in un incubo, come tutte le altre sue invenzioni fiscali, se viste dalla parte dei contribuenti.
L’incubo si concluse con nuove elezioni, che il Governo perse. Vinse il partito populista IdV, l’Italia dei Vespasiani, mettendo un unico punto nel programma elettorale, ovvero la possibilità di usufruire di luoghi pubblici esenti da ogni tassa, dove poter esercitare i propri diritti fondamentali gratuitamente…
Il Ministro si svegliò di soprassalto, sudato e preoccupato. Anche in sogno aveva avuto la conferma che non era possibile avere una tassa equa e che accontentasse tutti. Il problema non erano le tasse, ma trovare qualcuno che volesse pagarle.
Alzandosi dal letto, si interrogò sul significato di questo sogno, forse premonitore, e si chiese se a proposito della tassa appena sognata, l’Italia sarebbe finita anch’essa nella materia oggetto di tassazione…
domenica 22 maggio 2011
Luna Park
“…questa che ho in mano stasera non è solo acqua, è molto di più. E’ l’ultimo baluardo di una serie di diritti inalienabili dell’uomo, che l’uomo stesso vuole mettere in vendita, sul libero mercato, dimostrando che ciò che era inalienabile fino a ieri, non lo sarà domani. E’ per questo che siamo qui stasera. Per fermare questa deriva che immola sull’altare del profitto qualsiasi cosa, senza guardare in faccia nessuno, senza più alcun limite. Oggi è l’acqua. Domani forse sarà l’aria che respiriamo. In fondo esiste aria pura ed aria meno pura, e state pur certi che prima o poi qualcuno ci penserà, ed arriveremo anche a questo, perché il punto non è il costo più o meno alto, ma l’etica, il valore che noi diamo alle cose e alle idee.
Carissimi assetati di acqua e di etica, è a voi che mi rivolgo, perché solo Voi potete fermare questa deriva. Solo l’uomo può fermare quello che un altro uomo ha iniziato.
Lascio a Voi la parola quindi, servono idee ora, senza più perdere altro tempo.”
Dalla folla inferocita ma senza idee, emerse dopo qualche minuto una vocina che subito fu sospinta sul palco. Una donna rossa, forse solo nei capelli, prese il microfono con forza e azzittì chiunque.
“Donne è a voi che mi rivolgo! Se l’uomo non sa come fermare ciò che l’uomo ha iniziato, allora sarà la donna a farlo! Nessuno parla di questo referendum, lo sapete bene, ed il problema è proprio questo. Bisogna fare qualcosa di eclatante, oggi, che colpisca tutti, perché stiamo parlando dell’acqua che è appunto un bene di tutti. Noi donne abbiamo un solo grande potere in fondo, ed è il momento di usarlo. Io, propongo di proclamare uno sciopero ad oltranza sino al Referendum…”
Un boato esplose dalla folla festante.
“…uno sciopero dell’Amore. Niente più sesso fino al Referendum!” – Chiosò la rossa.
Sulla folla piombò il silenzio.
“…e vedrete che la notizia andrà su tutti i giornali. Donne, sapete bene come sono fatti gli uomini. Sta a voi quindi la responsabilità di lasciarli a bocca asciutta, prima che l’umanità stessa rimanga tutta a bocca asciutta di fronte a questa assurdità che vorrebbe l’acqua privatizzata!”.
La folla si divise in due. Uomini silenti da una parte e donne in festa dall’altra.
Ma gli effetti, prima che sui giornali, iniziarono a vedersi altrove…
Una coda lunga ed ordinata, si era formata sul marciapiede nel quartiere cinese di Milano.
Un giornalista che era sul palco il giorno del comizio, e motivato a dare una mano alla causa, si mise diligentemente in coda prendendo anche lui il numerino come in macelleria: 157.
Quando arrivò il suo turno, lesse sul campanello il nome: Miss Park.
Ed entrò.
- Buongiorno Miss Park io sono…
- Plego plego, accomodasi..lì.
- Veramente io…
- Arrivo subito, togliere vestito plego.
- Scusi, Miss Park, io…
- Chiama me Luna, plego…
- Luna? Quindi devo chiamarla Miss… Luna Park?! Ma signorina, in Italiano vuol dire parco giochi…
- Allola, io sarò tuo parco giochi! Che gioco vuole giocare?
- Io sono qui per il referendum sull’Acqua…
- Vuole giocare nell’acqua? Bene, qui grande sauna e piccola piscina…
- No, no…volevo solo chiederle, se anche lei potesse aderire allo sciopero…
- Sciopero? Noi in Cina no fa sciopero, mai.
- Lo so, ma se lei non fa sciopero è inutile che le altre donne facciano sciopero, guardi che coda!
- Se altre donne fanno sciopero, io tanti visitatori in più!
- Brava, lei ha il senso degli affari, si vede.
Dopo una breve meditazione il giornalista, ritornò sui suoi passi:
- Miss, sono tornato a proporle un affare. io sono un giornalista, e se lei farà sciopero fino al referendum, io scriverò il suo indirizzo sul giornale, così tutti sapranno come trovare Luna Park. Pubblicità gratuita! Che ne dice?
- Passapalola miglior pubblicità…
- Si certo, ma il nostro giornale stampa pur sempre più di 200.000 copie…
Luna Park, fece due conti velocemente. Poi rispose, sorridente.
- Fare sciopero buon affare a volte. Ok, domani compro giornale. Affare fatto.
Il giorno dopo, il giornalista passò di lì e vide che non c’era più nessuno in coda per strada.
Si avvicinò al campanello e lesse un piccolo cartello dove c’era scritto:
LUNA PARK CHIUSO.
Ed in piccolo tra parentesi… fino a Referendum!
Il giornalista concluse tra sé, che aveva trovato finalmente un modo per far capire anche ai cinesi il vero valore della democrazia.
sabato 26 marzo 2011
RADIO ATTIVA ! – Pubblicità Progresso
Oggi cominceremo ad irradiarvi con gli incredibili vantaggi che ci possono essere nell’avere una nuova centrale nucleare anche nella vostra città. Siamo in linea con un fortunato radioascoltatore che ha già goduto dei privilegi di chi può vantare nel proprio territorio una centrale di nuova generazione.
Buongiorno sig. Ivo da Ca’ dell’Oppio, in provincia di Verona, ci sente ? Siamo in linea. Pronto mi sente ?!
- Pr…prontoo ! Adesso … ho alzato la radio, vi sento forte e chiaro ! Sono un po’ sordo, scusate. Buongiorno a tutti.
- Ecco, bene Ivo, lei a che distanza abita dalla centrale ?
- Eh, sarà un Km, è appena al di là del fiume.
- E ci dica, perchè si è trasferito lì ?
- Eh… perché mi hanno comprato…
- In che senso scusi.. ?!
- Nel senso, che mi han trovato un lavoro qui nella centrale, mi han comprato la casa, col giardino e tutto il resto! Eravamo in 4 in famiglia in un monolocale in città e così siam venuti in campagna, in mezzo alla natura…
- Ma certo, all’aria pura ! E anche questo è uno dei vantaggi di abitare vicino ad una centrale di nuova generazione, sicura e pulita, vero sig. Ivo?
- Eh…pronto… negli ultimi giorni non ci sento bene, scusate... ho un problema all’udito…
- Sarà il collegamento… ma ci dica invece qualche altro vantaggio dell’avere una centrale nelle vicinanze Sig. Ivo, come ad esempio l’elettricità al 50 per cento in meno, gli incentivi governativi, gli sgravi fiscali ecc.
- Si, si… le bollette sono molto meno care e le verdure nell’orto diventano grosse il doppio ! Mai visto delle zucchine così, sembrano angurie!
- …questo non è importante Ivo …
- A proposito, non so se si può dire… ma ultimamente perfino le tette della Gina, mia moglie, sono aumentate straordinariamente di volume ! Saranno il triplo, deve essere l’aria …
- Ma Sig. Ivo … non si dicono queste cose alla radio ! Insomma mi pare di capire che anche sua moglie è contenta, e così tutta la famiglia, giusto ?
- Si, si, tutti…tranne la Ketty, mia figlia, perché le è appena morto il gatto…
- Ah che peccato, ma sarà stato per cause naturali vero Sig. Ivo ?! Si concentri su tutti i vantaggi che ha adesso…
- Beh, cause naturali, mica tanto…è stato mangiato… da un Topo ! Sarà stato il doppio di lui, l’ho visto anch’io. Qua in campagna girano di quelle pantegane negli ultimi tempi…
- Cosa vuole mai Sig. Ivo, era un gatto di città…cosa pretende ?
- Sarà…però adesso la Ketty ha paura ad uscire di casa.
- Sig. Ivo, le ricordo che non si possono dire certe cose alla radio.
- Cosa ho detto stavolta ? Non ho mica parlato delle tette della Gina…
- Sig. Ivo, la parola « paura » è stata bandita dalla deontologia professionale di Radio Attiva perchè crea inutile allarmismo, e la invito quindi a non usarla a vanvera, al pari di altre parole che lei già conosce di questa lista, fornitale prima della trasmissione...
- …tipo Radioattività ?
- Sig. Ivo , come si permette ?!
- …scusi, scusi…ma non ho mai capito perché « Radio-attiva » si può dire e radio attività no ?!
- Sig. Ivo non faccia giochi di parole ! Radio Attiva è il nome della nostra Radio da molto tempo prima che installassero le nuove centrali in Italia e non va confusa con altre parole simili nel suono ma di tuttaltro significato, che lei sta usando e che io certo non ripeterò !
- ...e si può dire che ormai mi chiamano tutti «Ivo il radioattivo »?
- Aspetti… c’è un comunicato dalla regia…dunque, ci comunicano, cari ascoltatori, che lo sponsor ha deciso che la parola « radioattiva » sarà inserita nella lista delle parole non gradite … un attimo…come è possibile ? Ma se è il nome della nostra Radio, come facciamo a non dirla più ?! …Ah…devo continuare col comunicato ? Speriamo in bene …e quindi… « il nome della radio sarà cambiato, e d’ora in poi in linea con la trasmissione attualmente in onda, di grande successo, la radio si chiamerà : Radio Atomica energia pulita » ! …Radio Atomica…ma sono impazziti tutti qui?!
Si lo so che sono in diretta, ma di questo sponsor non se ne può più ! Prima si compera la radio, poi ci costringe a fare questa trasmissione Pro-nucleare, e persino ad avere una lista di parole non gradite ! E adesso vuole farci cambiare nome perché suona antinucleare ! Ma chi è questo « sponsor » ? Non sarà mica sempre Lui, vero ??
- Pr…prontoo… son Ivo…’sa succede ? Non sento…
- E questo cos’è, un altro comunicato della regia ? Cristo santo… io sarei licenziato seduta stante, tra l’altro in diretta !? Bene ! Allora sapete che vi dico ? Fanculo lo sponsor ! Dovevo capirlo subito che ci ha comprati per farci tacere…
- …pronto son sempre Ivo, sono ancora in linea… devo rimanere al telefono ?
- Ivo cosa fa ancora lì ? Non si lasci ipnotizzare dalle tette della Gina ! Prima di diventare sordo del tutto, o di fare la fine del gatto… è meglio che torni in città !
Quanto a me, cari ascoltatori, vorrei lasciarvi col nostro vecchio slogan che da un po’ di tempo ci hanno vietato…
« Radio Attiva vi contamina « solo » con la sua allegria, tutti i giorni dalle 7.00 alle 24.00 » ! Ma ora, prima che mi censurino in diretta, mi rimane solamente da consigliarvi, finché potete... di cambiare canaleee… !! »
sabato 19 febbraio 2011
SANREMO - Vince: « Mama mia dami cento euro… che in Italia volio andar! »
Di là del mar, attorno ad un piccolo schermo, si riunivano ogni sera Alì ed i suoi amici, per il grande evento della serata. In trepidante attesa, col fiato sospeso, tutti si chiedevano quale sarebbe stato stasera il tema dello stacchetto delle Veline.
Eccole! Fulgide, sorridenti e disponibili come tutte le italiane, scodinzolavano in attesa di un giovane africano, o almeno così amavano sognare laggiù.
Grazie alla TV, per un’ora sembrava proprio di essere in Italia. Ma come tutti i sogni anche questo finiva, e si tornava col sedere su una spiaggia africana, a guardar il mar che separava l’Africa dalla terra promessa.
Soldi, automobili sportive e belle donne. Il Belpaese era lì a poche ore di barca ed al tempo stesso, irraggiungibile. Ma grazie alla TV italiana, almeno, era possibile continuare a guardare gli altri che mangiano il gelato, anche se purtroppo, attraverso la finestra della gelateria. Sempre meglio di niente.
Finché un bel giorno tutto cambiò.
In Africa scoppiò il caos, e molti decisero che era il momento giusto per andarsene. Il primo a farlo fu proprio il Presidente del Paese, chi l’avrebbe mai detto !
In tanti decisero che valeva la pena di prendersi qualche rischio, piuttosto che rimanere alla finestra per tutta la vita.
E fu così che pure Alì decise di andare in Italia.
Non era proprio una vera barca quella su cui era salito, ma se ne accorse solo dopo aver dato tutti i soldi che la mamma aveva risparmiato in una vita, al capitano… più o meno l’equivalente di un pieno di benzina in Italia.
La traversata fu veloce e fortunata. C’era addirittura il comitato di benvenuto in divisa ad attenderli, su una barca militare italiana.
Mise piede in Italia, sfinito, ma entusiasta al tempo stesso, perché la TV italiana gli si avvicinò per un’ intervista ! Nel mentre si sistemava la camicia, pensando che l’avrebbero visto persino in Africa, gli chiesero cosa era venuto a cercare in Italia. Lui rispose con la prima parola italiana che gli venne in mente:
- Libertà !
Il giorno dopo era rinchiuso assieme a tutti gli altri in un centro d’accoglienza, con sbarre alte come un minareto, che gli ricordavano tanto le galere africane. E non c’era neanche la TV !
Per la prima volta gli venne il dubbio che non proprio tutto in Italia fosse meglio che in africa.
Ma ci voleva altro per far disperare Alì!
Dopo qualche mese lì dentro, sentì alcuni usare delle parole tipicamente italiane che lui non conosceva, come «condono » ed «asilo politico », ed in men che non si dica si ritrovò in aperta campagna.
E lì, gli offrirono subito un lavoro ! L’Italia era sempre sorprendente.
Il boss era una persona equa, e gli spiegò che siccome lui veniva dall’Africa, doveva essere pagato con uno stipendio africano.
Logico in fondo. Alì non ebbe niente da obiettare.
Poteva anche dormire vicino agli altri animali, nella stalla, e mangiare tutto quello che mangiavano loro. Senza limiti. Altro che Africa !
Quando dopo qualche mese chiese quanto avesse accumulato raccogliendo pomodori, gli risposero che, tolto vitto e alloggio, in realtà era lui che doveva una bella sommetta al boss, e stava crescendo giorno dopo giorno.
Mentre rifletteva sulla particolarità del mercato del lavoro in Italia, che non aveva ancora del tutto chiara, gli proposero di saldare il suo debito mettendosi nel commercio.
Alì, conobbe il libero mercato.
Una settimana dopo, si ritrovò di nuovo al centro d’accoglienza, che nel frattempo aveva cambiato nome, e ora si chiamava « centro di Espulsione ».
Gli spiegarono che in Italia c’era una legge contro il fumo che lui aveva infranto, in quanto non si poteva vendere fumo, o quanto meno non fumo africano. Quindi, stipendio africano sì, ma fumo africano no ?!
Si vede che in Italia c’erano già abbastanza venditori di fumo.
Ogni giorno si scopriva una cosa nuova nel belpaese.
Una settimana dopo, gli dissero che per non tornare subito in Africa, aveva solo un modo. Scrivere una lettera e chiedere la Grazia al Presidente. E lui lo fece.
« Sua Grazia Presidente,
Mi scuso pel mio italiano, ma io ho imparato italiano alla TV. Le sue TV, Presidente.
Grazie alle sue TV ci sentiamo tutti più Italiani, anche in Africa. Grazie Presidente.
Nostro povero Paese, rimasto senza Presidente ora. Abbiamo bisogno di nuovo Presidente. Lei Presidente Milan, Presidente TV, e Presidente Italia. Perché non può essere anche Presidente d’Africa ?!
Mi hanno detto di scrivere questa lettera di Grazie. E io dico tante Grazie Presidente !
Grazie a lei Africa e Italia ora sono molto più vicine di prima. Anche Italiani pensano la stessa cosa. Anche Italiani dicono che grazie a lei… Italia è come Africa !
I problemi d’Italia sono i problemi di africa. Donne molto belle, ma troppo care ! Giustizia che non ti da mai ragione… e arbitri che non tifano per Milan !
Africa non può stare senza Italia, ma Italia non può stare senza Africa.
Chi fa ancora bambini in Italia ? Chi raccoglie pomodori gratis?
E’ momento di festeggiare, Presidente.
E non solo le vittorie del Milan.
Io dico bisogna festeggiare, i 150 anni di Italia… anche in Africa!
Infatti, anche grazie a lei Presidente, dopo 150 anni, Italia e Africa sono ormai la stessa cosa !
Grazia Presidente ! »
Qualche giorno dopo Alì fu espulso, forse solo perché fra tutti i Presidenti a cui aveva scritto, mancava quello meno famoso, ma pur sempre…per ora, l’unico Presidente della Repubblica Italiana.
domenica 13 febbraio 2011
Reuters - Cenerentola Rubacuori. Una favola moderna
Quando fu più grande, cominciò a capire che non avrebbe mai potuto trovare un principe nel suo povero paese nordafricano. Un vero principe doveva avere, se non un vero e proprio castello, almeno una villa con piscina e auto di lusso! E quindi decise di andarsene a cercarlo altrove, magari in Europa.
Dopo aver girato alcuni Stati europei, giunse in un bel paese, che per certi versi le ricordava pure la sua Africa, quanto meno per gli abitanti. Era giunta in Italia.
La gente lì era più solare, gentile, e non aveva in mente solo il lavoro. Tutti gli uomini, ad esempio, le proponevano di diventare il suo principe azzurro, magari anche solo per una sera…
Questa novità che all’inizio le sembrava strana, col tempo cominciò a piacerle molto.
Infatti, riceveva così un sacco di regali, e trascorreva serate sempre in posti diversi. Certo, il fatto che ci fossero in giro così tanti potenziali principi azzurri, cominciò a confonderle le idee. Se ne avesse scelto uno infatti, avrebbe perso tutti gli altri… regali compresi!
Forse anche per questa sua incapacità di scegliere, finì per inguaiare molti cuori solitari, che le affibiarono l’appellativo di “Rubacuori”.
La vita scorreva per lei frenetica nel bel paese, finché un giorno qualcuno la convinse che il principe azzurro esisteva veramente, e da anni cercava la sua principessa, ma non era ancora riuscito a trovarla, nonostante ne avesse provate tante. Il suo castello era al Nord, in mezzo alla nebbia, evidentemente per una questione di privacy, a cui teneva molto.
Lei non vedeva l’ora di conoscerlo e durante il viaggio verso Nord, non smetteva di ringraziare questo vero angelo che si chiamava pure come l’arcangelo Gabriele in persona, ma per lei, era soltanto… Lele.
Quando giunsero al castello, capì subito che si trattava del principe giusto.
Il castello aveva un parco enorme, verde, illuminato, con la servitù e tutto il resto.
Lì, si trovavano un sacco di candidate principesse. Era proprio vero che il Principe aveva le idee confuse, almeno quanto lei.
Tuttavia, era convinta che avrebbe rubato il suo cuore, prima delle altre.
Mentre aspettava il principe, le si avvicinò un signore molto gentile, di una certa età ma dal aspetto curato ed in un certo qual modo… ringiovanito.
Questo signore si offrì subito di aiutarla, offrendole di terminare gli studi. Pensò che si trattasse di un modo gentile per darle dell’ignorante in pubblico, ma quando sentì la cifra, accettò l’idea che avesse ancora molte cose da imparare.
Appena questi se ne andò, riapparve l'arcangelo, sussurrandole che il principe l’aspettava nelle sue camere. Capì che era il suo momento.
Quando aprì la porta, notò nella stanza un grande letto a balconcino in stile russo,e lì, sotto le coperte c’era il principe, nella penombra. Se lo immaginava, possente, biondo e giovane.
Ma dall’oscurità una voce gerontoiatrica la sorprese e, s’arrestò. Acuito lo sguardo, intravide un vecchietto stagionato che si atteggiava da baldo giovine. Possibile che costui fosse il Principe? Possibile che in Italia i principi cercassero moglie a quest’età? Sapeva che gli uomini nel belpaese se la prendevano con calma, ma non pensava fino a questo punto.
- Vieni, siediti qui, – disse lui.
Ebbe come un déjà vu, ed il suo pensiero volò al nonno in Africa, all’incirca coetaneo del vecchietto nel letto, mentre la teneva sulle ginocchia amorevolmente.
Ma quell’invito non sembrava per lo stesso motivo. Certamente, pensò, non si poteva trattare del Principe, e quindi doveva esserci stato un equivoco. Così, rispose.
- Sire, io sono qui per suo figlio..o nipote, insomma, il principe azzurro.
Il vecchietto nel letto, sentitosi chiamare per la prima volta come un Re, si ingaglioffò, accese la luce, e Rubacuori si accorse che trattavasi dello stesso vecchio signore che le voleva pagare il corso di studi.
- Ma lei chi è? – Sbottò Rubacuori, - e dove mi trovo?!
- ARCO RE! - Rispose lui.
Rubacuori, pensando che avesse risposto alla prima domanda, replicò:
- O Re di Arco, mio Sire, chiedo scusa ma non mi sento molto bene, vorrei tornare a casa.
Mesi dopo, raggiunta la celebrità grazie ad un'interurbana, qualcuno le chiese se fra i cuori che aveva rubato c’era pure quello del nonno del principe, ma sia lei che il nonno negarono tutto, tranne i corsi scolastici a pagamento.
venerdì 4 febbraio 2011
ANSA - Sparita la mummia di Tutankamon dal Museo del Cairo
Uscito per le vie del Cairo, notò che la situazione non era molto diversa dall’ultima volta che c'era stato, nonostante avesse dormito per tutto questo tempo.
Per strada, c’era sempre la solita gente affamata che si lamentava perchè era aumentato il prezzo del pane. Molti di loro erano feriti e bendati a causa degli scontri e forse anche per questo nessuno notò più di tanto un tizio ricoperto di bende dalla testa ai piedi, come una mummia. Semplicemente, pensarono che fosse stato menato più degli altri.
Alcuni urlavano a gran voce il nome del Faraone del momento, che regnava ormai da circa trentanni! Era uno dei regni più longevi d’Egitto, pensò Tutankamon, che era felice di notare come dopo quasi 4000 anni, il sistema di governo fosse ancora lo stesso.
A forza di camminare, arrivò nel luogo che cercava.
Erano ancora lì dopo tutto questo tempo…
Le Piramidi. Che spettacolo! Esattamente uguali a quando le aveva viste l’ultima volta. Si sentiva proprio a casa.
Chiese ad un uomo che urlava in mezzo alla strada cosa andava cercando. Lui, sempre urlando, rispose che cercava più libertà per il popolo.
Si rese conto che stava parlando con uno schiavo, e quindi proseguì. Non era il caso che un semidio parlasse con un semiuomo. Annotò con soddisfazione, tuttavia, che anche gli schiavi erano rimasti uguali in tutto questo tempo.
Fermò quindi un tizio che sembrava un soldato sopra un grande carro in metallo, senza cavalli, e si presentò:
- Salve, sono il Faraone Tutankamon.
Il soldato vide la testa completamente fasciata ed ebbe un fremito di compassione per il poveruomo.
- Bene, bene – rispose il soldato – un nuovo Faraone è proprio quello che tutti stanno aspettando. Perché non va da quella parte, c’è il palazzo del Governo, il suo posto è lì, assieme agli altri matti.
Tutankamon arrivò al palazzo per parlare col neo Faraone.
Questi lo ricevette con tutti gli onori. Forse perché era l’unico in quei giorni che non lo cercasse per defenestrarlo. E fu così che, vista l’occasione, decise di chiedere consiglio al vecchio Faraone.
- Grande Tutankamon, le piace il mio nuovo Egitto, moderno, ricco e popoloso?
Tutankamon lo guardò e rispose:
- Si mi piace molto. E’ esattamente come lo avevo lasciato 4000 anni fa. Il popolo sempre a lamentarsi, gli schiavi che vogliono la libertà, e i soldati vigili per le strade. Ma la cosa più importante è che le Piramidi siano ancora al loro posto. A memoria per le generazioni future.
Il nuovo Faraone lo guardò basito. Non sembrava molto contento della risposta.
Nel frattempo Tutankamon lo precedette con una domanda.
- E lei Faraone, dove ha costruito la sua Piramide?
Il nuovo Faraone rimase un attimo in silenzio. Poi confessò che non l’aveva ancora costruita.
- Come?! In trent’anni non ha neanche cominciato la sua piramide? Con tutti quegli schiavi per strada a fare niente, avrebbe potuto costruire la piramide più grande d’Egitto !
- Ma veramente – fa l’altro – io non credo alla reincarnazione.
- Che c’entra? Nessuno fra cinquant’anni si ricorderà più di lei senza una piramide col suo nome. Che peccato, un regno così lungo sprecato per sempre.
Nel mentre Tutankamon si alzava, una guardia entrò nella stanza ed urlò che i dimostranti erano penetrati nel palazzo, e bisognava scappare.
- Mi chiami subito un architetto, - urlò il Faraone – e che sia il migliore…meglio se italiano!
La guardia rispose :
- E per cosa ?! Stanno arrivando!
- Bisogna costruire una Piramide, deve essere la più grande di tutte…la Piramide..più grande d’Egitto…a memoria per le generazioni…future…
La guardia arretrò, vedendolo in stato confusionale e scomparve lasciando il Faraone al suo destino, mentre i dimostranti salivano le scale.
Nel frattempo, Tutankamon tornò alle sue Piramidi, in cerca del passaggio segreto per la camera tombale. Decise che non c’era nessuna novità rilevante da osservare in quest’epoca, e quindi pensò di rimettersi a dormire per altri tre o quattromila anni, in attesa di vedere se qualcosa sarebbe cambiato, nel frattempo, in Egitto.
mercoledì 22 dicembre 2010
2021, l’ultimo Natale in libreria
due innamorati si spensero invano, vittime si disse, di un amore malsano.
Ma nessuno muore veramente finché esiste chi crede nelle leggende.
Ed infatti si narra che un giorno nella città Scaligera,
i due innamorati torneranno a reincarnarsi in altrettanto sfortunati amanti,
per reiterare all’infinito il loro amore incompiuto e proibito.”
Una nebbia densa, a tratti fitta, ricopriva una città silenziosa, ormai addormentata da tempo. Suoni ovattati si rincorrevano in una sorta di eco ritmata ad arte.
E si avvicinavano sempre più.
Chi si faceva largo tra l’umidità di una fredda notte di Natale, da sola e tremante, non riusciva nemmeno a capire dove stava andando. L’obiettivo era solo fuggire da quei passi sempre più vicini. Passi sconusciuti, alieni, che risvegliavano in lei paure ataviche, forse senza fondamento, o forse no.
Ma chi poteva celarsi dietro la nebbia in fondo? Verona era una città sicurizzata. Ormai per il quinto anno consecutivo aveva vinto il premio per la città più sicura d’Italia.
- A Verona non può succedere niente, - ripeteva tra sé addentrandosi nella nebbia.
A Verona non succedeva mai niente.
Solo così si poteva essere certi che nulla accadesse di male. E questo i cittadini l’avevano capito da tempo.
Come amava sottolineare fieramente uno spot sul megaschermo del Municipio:
“A Verona non succede mai niente! ”
Mai nessuna novità. Un ottimo compromesso.Tutto sotto controllo.
Verona era stata sicurizzata.
In una libreria poco lontano, si vendeva ancora qualche libro, di carta.
- Eh, - fa il direttore – non ci voleva proprio la storia dell’epidemia. Maledetto pidocchio della carta! Ci ha rovinati tutti. La paura di esser contagiati dalla carta ha allontanato tutti dai libri.
Un tizio ormai andato con l’età, in pensione da tempo, si aggirava sempre in libreria con fare da Mascotte.
- Ma credi ancora a questa storia dell’epidemia? Mi deludi…-
Sbottò all’improvviso all’indirizzo del Direttore. E dopo un ghigno riprese.
- Ma non vedi i videogiornali? Da quando hanno abolito i libri stampati, due anni fa, sono esplose le vendite dei videolibri, ti sembra una vicenda casuale? L’epidemia era una montatura come tutte le altre! L’aviaria, la suinaria ecc. Dovevano far fuori i libri di carta per far posto a quelli videotoccami. Era tutto previsto. E’ la solita vecchia storia. Il vero obiettivo erano i libri!
Il direttore si fece pensieroso.
- E che hanno i libri vecchi? Sono diversi da quelli nuovi?
- Ma li hai mai letti i libri nuovi sui toccaschermi?
- Ovviamente no. – Fa il direttore. – Per una questione di principio.
- Principi! – Sbuffa il vecchio, – bisogna conoscere il nemico per combatterlo! I libri nuovi non sono per niente simili ai vecchi. Prendine uno a caso. Vedrai che è riscritto e commentato dal personaggio del momento. Riscritto sì. Tagliuzzato, censurato dal Partito. Sono tutti dei bignami! Ma fosse solo questo… magari la gente ha meno tempo. No! Sono riscritti sempre con un obiettivo ben preciso.
Il direttore si rigirava le dita ascoltando il vecchio, stordito da una verità che non voleva sentire.
Intanto il vecchio concluse:
- Nessuno ha più libri vecchi di carta a casa. Un tizio ne vendeva uno sigillato su ebay a cinquemila euro! Non se ne trovano. La gente aveva paura dell’epidemia e li ha bruciati tutti.
Il direttore sentendo parlare di “fuoco” non riuscì a fare a meno di accendersi una sigaretta.
- Ma ti rendi conto che è come nel periodo nazista, solo che ora usano tecniche più subdole? – Incalza il vecchio. – All’epoca li bruciavano in piazza, adesso hanno trovato il modo di convincere tutti a farlo per il proprio bene. E nessuno se ne accorge. Assurdo!
- Beh, – fa il direttore – io me ne sono accorto. Ormai possiamo chiudere la Libreria, non viene più nessuno da mesi. Persino la notte di Natale siamo vuoti. Uno ad uno se ne sono andati pure gli ultimi dipendenti sopravvissuti all’epidemia.
- Io sto parlando di cultura e lui pensa alle vendite! – Chiosò il vecchio che nel
frattempo tirò fuori un cartagiornale ingiallito di almeno dieci anni prima.
Il Direttore vedendolo sbottò per la sorpresa.
- Ma sei impazzito? Porti un vecchio giornale di carta in libreria?? E se fosse infetto? Ti immagini che epidemia?!
- Macché contagio, - fa il vecchio, - ti ho appena detto che era tutta una bufala. Senti qua piuttosto cosa scrivevano dieci anni fa, nel 2011...
L’Arena di Verona – Prima Pagina
“Verona vince la classifica annuale come città più sicura d’Italia. Risulta infatti esserci una percentuale di telecamere per abitante superiore a quella della trasmissione televisiva “Il Grande Fratello”.
La nuova rete di telecamere, ribattezzata “gli occhi del Sindaco”, sarà condivisa sulla rete internet in modo che tutti i cittadini possano controllarsi a vicenda. Ogni cittadino potrà guardare le spalle al suo prossimo, ed essere così come un “fratello più grande” che lo protegge e lo segue in ogni istante…”
Una ragazza, giovane e trafelata, lo interruppe, entrando di corsa nella libreria. E si precipitò su di lui.
- Mi scusi – gli sussurrò guardinga, - ho sentito dire che qui non ci sono telecamere.
Il direttore si ingaglioffò.
- Ma certo signorina, questo è forse l’unico negozio di Verona senza telecamere di sicurezza, forse perché noi ci sentiamo abbastanza sicuri lo stesso. E poi le dirò, se proprio qualcuno morisse dalla voglia di rubare un libro… beh, visti i tempi… non sarei neanche tanto dispiaciuto!
La signorina, sembrava concentrata su altro. Ma sentì quello che voleva sentire. Fatto quindi un cenno, un ragazzo entrò dalla porta, altrettanto guardingo. E vistala, urlò:
- Giuly!
E lei rispose.
- Oh Romy!
Il direttore fece due più due.
- Giuly… Romy? Ma chi siete… Giulietta e Romeo?
I due non la smettevano di abbracciarsi incuranti degli sguardi altrui.
- Che coincidenza incredibile, – fa il vecchio – due fidanzati che si chiamano proprio Giulietta e Romeo.
I due guardarono il vecchio e poi con sufficienza borbottarono.
- Sono i nickname che abbiamo scelto su Feisbuk.
Il vecchio parve non capire.
- Ragazzi ma da cosa vi nascondete? !
- Da Feisbuk! – Urlò lei. – Se le telecamere ci riprendessero domani saremmo in bacheca alla berlina di tutti. Ma noi non vogliamo, non possiamo… il nostro amore deve restare segreto!
- Allora siete nel posto giusto – fa il direttore sconsolato, – tanto qua non entra mai nessuno.
- Eh, - fa il vecchio – è dura tenere segreti di questi tempi. Se qualcuno ha qualcosa da nascondere, è senz’altro un individuo pericoloso. Se sono in due, è un’associazione a delinquere!
- Ma noi vogliamo solamente rimanere un po’ da soli!
- Da soli… - se la ride il vecchio, – ormai rimanere da soli è un reato. L’autorità deve sapere cosa stai facendo, dove sarai, e dove andrai. E’ per la tua tutela ovviamente! – Concluse melanconico. – Se nessuno sa dove sei, vuol dire che ti è successo qualcosa di male…
- Ma perché? – Sbotta Giuly.
- Non lo so, - fa il vecchio, - però mi ricordo che prima che inventassero i cellulari, nessuno sapeva cosa facessero o dove fossero, amici, mogli, figli e amanti, e sopravvivevano lo stesso all’idea, anche per giorni. Ora se qualcuno non risponde al cellulare due volte di fila, subito si pensa alla catastrofe! Ormai è così il mondo, non si può tornare indietro.
- No! – Sbotta Giuly disperata – io, io … spengo il cellulare !
- Anch’io! – Si accoda Romeo, succube della bella Veronese. – Ecco fatto!
- Pietà! – Fa il direttore , - ci ritroveremo la libreria piena di polizziotti, ambulanze, curiosi e giornalisti in men che non si dica! Devono rimanere accesi o scatterà l’allarme! Riaccendeteli!
“Nella piazza che nel nome ricorda un prato,
pur senza che un solo filo d’erba possa esser calpestato,
una selva di maxi schermi si accesero all’istante,
con le foto dei due amanti, ed in basso la scritta Wanted ...”
- Mio Dio siamo finiti! Siete già su tutti gli schermi col logo di “Chi l’ha visto”! Se vi trovano qui mi chiuderanno la libreria con una scusa qualsiasi, come hanno fatto con tutte le altre che non sono fallite prima. Presto nascondetevi! No, non nel reparto bignami! Meglio nell’ area “Saggistica”, lì non entra nessuno da un paio d’anni…
Nel frattempo su Feisbuk, era già nato un gruppo di ricerca di Romy and Giuly con almeno 1.500 iscritti. I primi delatori non tardarono a rivelare che trattavasi di fuga d’amore. Ed in men che non si dica la libreria fu circondata da un reparto d’assalto delle forze speciali, entusiasti di aver qualcosa da fare nella città in cui non succedeva mai niente.
- Mio dio! Siamo circondati! - Sbottò il direttore – Stavolta è la fine, chiuderanno la libreria perché ho dato asilo a due … a due… ma adesso che ci penso, cos’è che hanno fatto esattamente questi due, in fondo?!
- Non lo so, – disse il vecchio – ma se chiuduno la libreria, tanto vale che mi suicidi. Non saprei più dove andare!
- E noi faremo altrettanto! – Esclamarono i due innamorati di Verona dall’antro impolverato.
- Suvvia non esageriamo adesso ! – Disse il direttore per stemperare la tensione.
- Dicevamo in senso virtuale. Siamo amanti, non eroi. - Replica gelida Giuly. “Facciamolo insieme Romy, sei pronto?”.
- Certo – replicò lui estraendo il Pcfonino. – Entro due minuti ci saremo cancellati da Feisbuk, una volta per tutte. Non esisteremo più! E finalmente staremo soli.
“ Le fughe d’amore non sono consentite, dovete prima aggiornare il vostro Status su Feisbuk”. - Sbraita una voce megafonata dall’esterno.
- Ma io sono già fidanzata ufficialmente con un altro…- Fa Giuly
- Beh..veramente anch’io.. – boffonchia Romy.
E dopo un attimo di riflessione Giuly urlò.
- Noi volevamo solo stare un po’ da soli, se questo non è possibile, allora.. addio!
E detto questo sparirono dalla rete.
Nel frattempo fuori dalla libreria si era formato un capannello di curiosi, ed in prima fila vi erano tutti gli ex dipendenti della libreria rimasti ancora vivi. Anche loro scossero il capo nel vedere cosa era diventata la loro libreria.
- Un covo di ribelli! – Sbottò un tizio travestito da Lenin. - Guarda come sono ridotti! Per fortuna mi hanno licenziato dieci anni fa. Faranno la fine di quel collega patito degli autobus che, secondo la versione ufficiale, è finito sotto un autobus solo per guardarlo più da vicino…cazzate! E’ stato suicidato, altroché! Non è così, Don Mauro?
- Ah, io non mi occupo di politica. Sono lieto di aver preso i voti, pur senza entrare in politica, scusi il gioco di parole! Da quando non sono più in libreria, vedo le cose sotto un’altra luce…sa, non vorrei finire come quel sovversivo del maestro di yoga, poveretto.
- Già, – fa l’altro – malauguratamente, pare si sia addormentato durante una posizione a testa in giù. Era un idealista. Del resto, mettersi contro il Partito…
- Il Partito Di Feisbuk! Un vero Socialist Network! Era dai tempi del Comunismo che non c’era una forma di governo più diretta e socialista. Viva il PDF! – Fa Lenin.
Nel frattempo una combricola di ex dipendenti, acidognole, ed in disparte, sparlava del direttore.
- ..altro che epidemia! E’da quando è arrivato quel nuovo direttore che le cose hanno cominciato ad andar a rotoli! Del resto cosa ti potevi aspettare da uno che andava in giro ad aprir nuove librerie…e che guarda caso, chiudevano sei mesi dopo?! E adesso è rimasta l’ultima, finché dura…
Intanto, sfregolandosi le mani per il freddo, apparve il neo conduttore della Web TV “Feisbuk Verona”, pure lui, ex dipendente della libreria, e di recente tesserato nel partito.
“Bene, bene…” disse continuando a sfregolarsi anche davanti ai mega schermi. “Grazie a DemoFeisbuk, sarà possibile lasciare al popolo la scelta sulla storia d’amore di Romy and Giuly. Premete sul tasto “mi piace” per perdonarli, oppure sul tasto “non mi piace” per lasciarli al loro destino. La democrazia diretta è l’unica forma di giustizia vera. Una giuria di milioni di votanti in diretta TV! Cari telespettari, il quesito democratico di oggi quindi è: Volete libera la coppia “Romy and Giuly” ?
Vincono nettamente i “mi piace”! I due amanti di Verona sono premiati con una partecipazione straordinaria alla 22esima edizione del Grande fratello!
- Che bello! Siamo famosi! – disse Giuly.
- Ma non volevamo solo stare un po’ da soli?! – Chiede timido Romy.
- Eh si… - gli fa eco Giuly, sistemandosi la scollatura per le videocamere, - l’amore è sempre l’amore ma… il successo è il successo!
Nel frattempo, lontano dalle telecamere in diretta TV, il neo Direttore veniva trascinato fuori da due energumeni, mentre le ex colleghe l’additavano impietose:
“Guardalo come trema!”
“Ben gli sta!”
“Ha le gambette che gli fanno giacomo-giacomo…ah, ah, ah!”
Ma con un ultimo colpo di reni, il direttore girò il cartellino sulla porta della libreria, dove rimase scritto “TORNO SUBITO”…anche se nel gruppetto sparuto delle ex dipendenti, non erano in molte disposte a crederci…
venerdì 1 ottobre 2010
L'amante immaginario...
Il dito continuò la sua corsa su quella lavagna umida, lasciando una scia di parole senza senso.
Apparentemente.
Con un ansimo, una nuvola calda le uscì dalle labbra e ricoprì quelle lettere, mentre uno spasimo, le spinse la mano di nuovo sul vetro freddo dell’auto, forse alla ricerca di risposte. Ma su quella lavagna c’erano solo domande.
Le sue.
Era proprio lì, quando era finita…
Se ne stava in piedi accanto ad un lampione con i capelli mossi dal vento ed uno sguardo truce a segnarle il viso, corrugato e pensieroso. Un’occhiata sfuggente le cadde sul orologio e quella successiva si fisso' su un punto lontano e deserto. Nessuno.
Il suo pensiero fisso era che lui l’avesse bidonata di nuovo.
Il tramonto volgeva alla fine, esaltando il rosso dei suoi capelli corvini.
- Maledetto bastardo io giuro...- In quel istante suonò il cellulare e lei con un gesto istintivo, lo estrasse con un unico pensiero in testa. E' lui. Deve essere lui.
Lui.
“Sono qui da solo in pace con me stesso mentre contemplo questi spazi sterminati, silenti, ove la mia mente viaggia solitaria e imprendibile. D'un tratto mi scopro a sognare di voler condividere con qualcuno tutto questo. Quasi fosse l'unico modo per goderne appieno.
Ed in quel istante penso a te. Ma tu non sei qui, sei lontana mille miglia.
Quindi alzo il telefono e tu, dopo un istante, rispondi. E' un miracolo! Dopo la tua prima parola io ti vedo! Sei qui di fronte a me e mi sorridi. Se volessi potrei toccarti, ma non lo farò per non correre il rischio di rimaner deluso. Diamine che sorpresa pensare che sei qui quando un attimo fa ero solo, di fronte all’infinito...”
- Pronto sei tu? Perchè non parli, lo so che sei tu ... dove sei ? Guarda che metto giù…stronzo!
Clic.
“Ma tu non sei qui. E così come sei giunta te ne vai, non appena la tua voce sparisce. Era una finzione, solo uno scherzo della mia mente.
Non lo so ma in fondo che importanza ha? Per me tu eri qui.”
Driin…
“- Amore scusami, ero io si… e stavo soprapensiero. Non ci crederai ma stavo pensando a te...”
Uomini. Rimango rapita dalla sua voce. Le sue prime parole mi incantano e non so più ora dove stia il confine tra verità e menzogna e quello che e' più assurdo è il fatto che non voglio saperlo. Ci credo e basta.
- Ah burlone dove sei? E’ più di un ora’ che ti aspetto, stavo impazzendo...
“Perdonami amore ma come posso dirti il vero? Non cosi, non subito, no, sarebbe crudele ma quel che è peggio ...è che non so se mai ci riuscirò.
- Mia cara io ti vedo benissimo ma tu invece no, forse non puoi o magari non vuoi vedermi...”
- Ma cosa stai dicendo ..dove ti sei nascosto, non ti vedo !.. Mostrati, basta con i tuoi scherzi, non ne posso più!
“- Cercami dietro qualcosa se non riesci a vedermi. Suvvia non è difficile.”
- Ma allora sei qui, burlone! Dove sei? Fatti vedere che ho voglia di stringerti… ho voglia di te…
“Certo anch’io. Notti e notti passate assieme, di una passione feroce ma mai consumata. Destino infausto. Ad ogni modo, questo non è più possibile ormai, non mi resta che un ultimo gioco, e forse un’ultima volta per parlarti, sentendoti ancora mia, prima che tu svanisca assieme a tutto il resto, ed io di nuovo rimanga solo, qui, a contemplare la mia vita che scorre dietro questi silenzi…”
- Ma allora dove sei finito? Parla! Smettila di stare in silenzio all’altro capo della linea..!
“- Io parlo sei tu che non mi senti, non mi ascolti. Non mi hai mai ascoltato del resto. In fondo io te l’avevo detto.”
- Detto cosa?
“- Ah, niente. Stavo parlando tra me e me.”
- Ma allora lo fai apposta! Cosa ti passa per la testa? Sento che c’è qualcosa che non va, non sei come al solito, dimmi che cos’hai… così mi preoccupi.
“Parlarti? E tutte le volte che abbiamo parlato, a cosa è servito?
Eppure sento al tempo stesso che glielo devo, e quindi per un’ultima volta farò questo sforzo e …dirò la verità, si, solo la nuda e cruda verità.
- Ma ti rendi conto che tu non esisti? Io sto parlando al telefono da solo! Se la gente lo sapesse, mi rinchiuderebbero.”
Il silenzio si spostò all’altro capo della linea. Ma solo per un attimo, poi lei con voce grave come chi non ha più voglia di giocare, sentenziò:
- Lo so. E’ per questo che ti ho suggerito di far finta di stare al telefono quando parli con me, almeno non ti crederanno pazzo.
“- Già, pazzo. Solo tu comprendi il mio genio. La particolarità di me che parlo con chi forse non esiste fa di me un uomo diverso e al tempo stesso unico. Basta questo a dire che sono superiore a quelli che vorrebbero rinchiudermi in un antro. E questo solo perché loro sono così ciechi che non riescono a vedere altro che quello che possono toccare.
Chi può dire che ciò che non ha una sostanza tangibile al tatto, non esista?
Non possono nemmeno ipotizzare per un istante che esista qualcuno che non si possa toccare.
Nessun altro uomo ti può vedere oltre a me, mi capisci? Neanche chi, come me, ha la dote, che loro chiamano follia! Vedere e parlare con qualcuno che per tutti gli altri non esiste… Tu esisti solo per me!”
- Certo come gli angeli. Ciascuno ha il suo. Tu dici bene, anche altri hanno questa dote. Forse Ia stessa… Cosa pensi, che tutti quelli che vedi per strada stiano parlando al telefono con qualcuno? Almeno uno su quattro di loro ha il telefono spento, te lo dico io.
Stanno facendo finta. Questa è la prova che tu non sei folle! Sei raro. Tu vedi il tuo “angelo”...o chiamalo come vuoi…come molti altri vedono e parlano con il proprio.
Se quindi volevano dimostrare la tua follia dicendo che sei diverso da tutti, eccoli serviti, ce ne sono molti altri oltre a te.
“- E tutti vedono solo il proprio allora… e non quello degli altri?”
- Cosa c’è di così strano? Non capisco. Si accetta l’idea che non vi sia un umano uguale ad un altro in tutto il pianeta, che le impronte digitali siano uniche, e sembra assurdo che alcuni abbiano il proprio Angelo, amico… o amante immaginario che sia!
Ognuno di voi è un universo, con le proprie regole fisiche, le proprie stelle, e ciascuno del proprio universo è Signore, unico ed incontrastato. In altre parole Tu sei come Dio.
Solo Tu sei Dio nel tuo universo. Ogni cosa dipende da te. Puoi distruggerlo in un attimo, oppure cambiarne le regole. Puoi decidere di non vedermi più, o di avere altre cento come me. Nessuno può impedirtelo. Nessuno può entrare nell’Universo della tua mente, dove tutto dipende solo da te.
“- Tutto dipende da me. Già… E’ per questo che ho scelto di telefonarti, invece che di vederti.”
- Ma avevamo un appuntamento…Aspetta, quindi non sei qui?!
“No non sono li. Non avevo il coraggio di tagliare di persona. Non ce l’avrei mai fatta. Chiamami codardo se vuoi, ma credo che in fondo la via che ho scelto sia la migliore per entrambi. E mi è costata molta fatica, più di quanta tu non creda.
- No, non sono li. Ma non ti preoccupare, non ti ho fatta venire per niente. Dietro un albero, alle tue spalle, sotto un masso, c’è una lettera. E’ per te. Io spero tu capirai, dopo averla letta.
- L’hai trovata?”
Ansia. Frenesia. Sorpresa.
- Si. Ma questo cosa significa? Non me lo potevi dire a voce quello che hai scritto? Ti metti a fare i giochini adesso?
“Aprila suvvia. Dì qualcosa. E’ curioso pensare che quelle che tu sceglierai, saranno le ultime parole che sentirò uscire dalle tue labbra.”
- Ok, ora la apro. Sempre meglio leggere che stare al telefono con uno che non parla.
“Simpatico epilogo direi…
- Bene ho concluso. Allora, metto giù.
E dopo un ultimo sospiro, che avrebbe voluto durasse in eterno, disse: Addio...”
“Quando leggerai questa lettera, vorrà dire che non avremo più modo di sentirci. Ho deciso così. Questa potrebbe essere una lettera d’addio oppure un testamento. Dipende.
Ho le idee confuse a riguardo.
Se infatti è vero quello che ci siamo sempre detti, allora scusami, perché ho dovuto fare questa scelta. Voglio avere una vita normale. Non posso certo pensare di fare una famiglia e passare il tempo ad un telefono spento, parlando con qualcuno che per gli altri non esiste. Sarebbe insostenibile. Mi hai dato tanto si, questo te lo devo. Come vedi le cose tu, non le vede nessun altra, lo ammetto. Tuttavia tu non mi capisci. Non vuoi capirmi. Io ho bisogno dei miei spazi e tu mi stai sempre addosso, sei quasi onnipresente.
Hai detto anche che avremo potuto avere una famiglia, se solo io l’avessi voluto veramente. Avere dei nostri bambini. Rimanere sempre assieme. Anche qui hai ragione, avrei potuto. Ma dove avremmo potuto vivere in queste condizioni? Su un’isola deserta? Forse. Solo in un posto del genere non mi… o ci, avrebbero rinchiuso.
Ma più di questo è un’altra cosa che mi ha sempre terrorizzato.
Io non sono certo al cento per cento di esistere.
E se… fossi io il tuo amante immaginario? In fondo tra noi due, quella che ha le idee sei tu. Io non riesco a darti torto. Come può essere vero quindi, quando tu dici, che io sono l’unico Dio del mio universo, se non sono neanche capace di convincere quella che dovrebbe essere una creazione della mia mente?
Forse tu dici così, per convincermi che la realtà è quella in cui io vivo, perché sai che impazzirei se sapessi di essere solo il frutto della tua mente eccelsa. Questo pensiero mi strugge. Da tempo.
Io devo sapere.
E c’è un unico modo per farlo.
Per questo ti dico che questa lettera potrebbe essere il mio testamento. Sono pronto.
Ti prego sii onesta. Non lasciarmi nel limbo. Se veramente ho ragione, lasciami sparire con tutto il mio mondo, e tutto l’universo che ho creato a tua immagine e somiglianza. Se tu sei l’unico vero Dio di questo Universo, e null’altro c’è di vero, nemmeno me stesso, quando finirai di leggere questa lettera, prendi il foglio, arrotolalo attorno al mio mondo, e gettami via con esso. Solo questo ti chiedo.
Bene. Sono pronto. La lettera è giunta alla fine…”
Nell’auto i vetri erano ormai appannati come i suoi ricordi. Lei, rilesse su quei vetri alcune frasi, che le sue dita avevano tracciato, prima di rimettere in moto l’auto e cancellarle per sempre...
“E se vi fosse infine un punto di vista più in alto, dal quale osservare questa vita come una piccola cosa, un ricordo lungo quanto una giornata, da una prospettiva eterna come può essere una vita intera rispetto ad un solo giorno…?!”
“Amore, anche tu eri unico, come nessun altro, ma ora ti ricordo come un giorno al pari di tanti altri, offuscato dal tempo, nostro alleato nei ricordi più amari, per poi metterli tutti uno a fianco all’altro, senza vincitori né vinti…”
venerdì 23 aprile 2010
L'autobus per l'al di là
Mi sentivo già a casa. E che casa!
Era su misura per me. Un monolocale proprio perfetto per passarci un po’ di mesi in attesa di una sistemazione migliore.
E dopo tutti quei preparativi! Cavolo, sembrava proprio dovessi stare via una vita, e invece son già tornato.
Qualcuno mi aveva detto:
“Da domani dovrai camminare con le tue gambe e cavartela da solo, hai capito?”
Io avevo ben inteso, altroché. Ma sapevo di non essere solo.
Insieme, credo proprio che saremmo arrivati lontano, avevamo tutte le carte in regola.
E poi non vedevo proprio l’ora di conoscerla.
Doveva essere bellissima. O almeno io me l’ero immaginata così. La migliore di tutte.
Sempre gentile, dolce, amorevole, piena di attenzioni. Avremmo fatto un sacco di cose assieme e visitato moltissimi posti. Con lei sarei stato proprio felice, ne sono certissimo.
Ed invece niente.
Ha cambiato idea.
Proprio quando sembrava fatta.
Queste donne, proprio non le capisco. Oggi ti vogliono e domani basta.
Diceva che con me non sarebbe stata più la stessa vita di prima, che aveva bisogno di spazi, che doveva fare ancora molte esperienze. Diceva anche che mi voleva un sacco di bene ma, semplicemente non ci eravamo incontrati nel momento giusto.
Una sera mi ha parlato e ha cercato pure di convincermi che sarebbe stata la cosa migliore anche per me. Figuriamoci…
Anche se un po’ la capisco. Doveva finire l’università, andare in america a fare il Master, ed io invece volevo … solo stare con lei. Non mi importava di nient’altro. Non so, forse sarò un tipo da poche pretese, o poche idee, ma sono sicuro che come l’avrei amata io, non l’avrebbe saputa amare nessun altro. Avrei voluto dirglielo, più avanti magari, ma non ho fatto in tempo.
E adesso che succederà?
Io me ne andrò per la mia strada e lei per la sua.
Lei si farà la sua vita ed io… io la farò finita.
Si. Non ho alternative. So esattamente dove devo andare a finire.
Ci andrò con l’autobus.
Appena salito, noto che ce ne sono molti altri che hanno avuto la mia stessa idea, nonché sorte a quanto sembra. Dicono tutti le stesse cose. Un destino comune fa meno male. Prima di arrivare, e farla finita, ho deciso di fare due parole col mio vicino.
“Ehi, tu come ti chiami?”
Lui mi guarda stranito, quasi incazzato per quella domanda impertinente.
“Non lo so come chiamo! Perché vorresti dirmi che tu lo sai? Nessuno qui ha un nome.”
Io invece ero convinto di averlo. Me l’aveva detto lei. Cosa poteva essere se non il mio nome?!
“Ebbene sappi che io un nome ce l’ho!” Ho urlato. “Io mi chiamo RU486”.
“Ma che razza di nome è? “ Fa il tipo tutto incavolato. “Anch’io mi chiamo così!” Sbraita invece uno dietro di me. “ E pure io!” Dice un altro non nato più indietro.
Saremmo stati almeno una ventina con lo stesso nome sull’autobus.
Non c’è che dire, avevo una madre ben poco fantasiosa. Ma le voglio bene lo stesso…
“Siamo arrivati!!” Urla il conduttore. “Dovete andare al di là…” Fa con un gesto.
“ Al di là di cosa?” Dico io.
“Non lo so,” fa lui smarrito e un po’ rattristato. “Non sai leggere?”
Non ho fatto in tempo a impare, penso tra me.
“Questo è l’autobus per l’al di là!” Conclude mestamente.
Lo so. Lo so benissimo dove ci troviamo. Ero appena venuto “al di qua”, ma mi hanno rispedito indietro subito…
Tanta strada per niente.
venerdì 8 gennaio 2010
Re Publik
“C’era una volta un Regno chiamato RePublika, nome tramandato da generazioni e nel quale ancora oggi noi abbiamo la fortuna di vivere, e tutto questo grazie alle gesta del primo Grande Re, nonché primo sovrano del nostro Regno. Devi sapere caro Arturo, che prima di questo grande Re non vi erano mai stati altri sovrani nella nostra cara Republika. Lui fu il primo. Sappiamo ormai ben poco del periodo che venne prima del grande Re. Ma i nostri avi ci hanno tramandato una storia, che io ora vado a raccontarti, come mio nonno fece con me, affinché la memoria di questo non vada mai perduta.
- Ma ancora…! - Disse sconfortato Arturo, che si stava già addormentando.
- Arturo, è la storia ufficiale che si propaganda da generazioni!
- Uff…Nonno, devi ancora spiegarmi perché il nostro Regno si chiama Republika!
Il nonno lo guardò un po’ sorpreso e rispose.
- Non vuol dire niente, è un nome come un altro. E’ come dire Arturo!
- Mmm… a me sembrava d’aver sentito che un significato ce lo avesse.
- Qualunque cosa fosse non ha più importanza. Prima del Regno c’era una forma di governo che gli avi chiamarono Demon-crazia, ovvero governo dei demoni e questo perché non c’era modo di mettere d’accordo i politici nel governo del Paese. Essi litigavano su tutto e si accusavano l’un l’altro di essere il demonio in persona! Ma per fortuna al futuro grande Re, un tempo solo Cavaliere, non mancavano le idee. Dopo aver dimostrato attenzione verso il popolo nella sua vita privata, costruendo per loro splendide case, inventò un nuovo tipo di passaparola che consisteva in una ricompensa ogni qual volta qualcuno parlava bene di lui, e la chiamò Pro-paganda, anche se ora si dice Pubblicità. Risultato: divenne il Cavaliere più popolare della nostra Patria in men che non si dica.
Un bel giorno per il bene di Republika, decise di scendere in campo, come Paladino Delle Libertà… usando le stesse idee che lo avevano reso popolare e famoso: Propaganda, Devozione e Libertà. Ed il risultato non poté che essere assicurato. Un seguito cospicuo di Cavalieri si riunì attorno a lui, tutti sotto il motto di Paladini Delle Libertà, con la missione di salvaguardare il popolo dai Demoni che da sempre lo affliggevano, ovvero Paura, Diversità, ed eccessiva Libertà.
Ma purtroppo, si fece così anche molti nemici che lo accusarono di ogni evento negativo succedesse nel paese, e per le cose più assurde.
Pensa che arrivarono perfino a condannarlo per essere troppo bello, come se questa fosse una colpa!
Il futuro Re, si dice fosse un Cavaliere bellissimo e tutte le donne di Republika avrebbero voluto sposarlo.
Lui era buono e generoso e quindi cercò sempre di amarne il più possibile, ma non sarebbe mai riuscito ad amarle tutte. Forse per questo, una di loro, invidiosa delle altre, si vendicò, dicendo di lui menzogne terribili, e tra le altre cose, disse anche che lui non era affatto il Cavaliere più bello di Republika. Questa notizia lo ferì molto, ma come sempre non si perse d’animo.
Si rivolse quindi, a Mago Merlino…
- Mio Signore, sono ai tuoi ordini! – Disse il grande Mago che, da buon veggente, già sapeva come sarebbero andate le cose in futuro.
Arturo interruppe il nonno e gli chiese.
- Come hai detto che si chiamava? Mago Zerbino?!
- Mago M-e-r-l-i-n-o! Arturo, non viaggiare con la fantasia. Il futuro Re, chiese a Merlino la prima cosa che gli stava a cuore per il bene del paese di Republika.
- Merlino, sono o non sono ancora il Cavaliere più bello del Reame?
Merlino lo guardò stupito e rispose.
- Ma certo mio Sire, anche se non siamo ancora in un Reame!
Ma il Cavaliere sapeva quando il Mago non la raccontava giusta.
- Non raccontare Balle Mago. I miei eroici capelli sono caduti in battaglia, ed ho molta più pelle di quanta in realtà me ne serva. Ho deciso di privarmene e farne dono.
- Ah…qual buon cuore! - Fa il Mago, – lei è molto generoso, e per essere uno della sua età se la cava ancora bene!
- Il futuro Re deve essere il più bello del Reame, non un vecchietto giovanile! L’immagine è tutto…- concluse il Cavaliere.
Il mago, compresa l’importanza dell’immagine per la politica e forse anche per amor di Stato, compì una magia, e dopo qualche giorno, pelle, e capelli tornarono quelli di un tempo.
Il piccolo Arturo fermò il nonno ed aggiunse:
- Ma nonno questa storia l’ho già ascoltata un sacco di volte! Io, invece … ho sentito dire che a quel punto il Cavaliere disse al Mago:
- Bene Mago! Sapevo di poter contare su di te! Avrai un posto speciale nel mio Governo, sarai il ministro delle Finanze! Ma prima ho un ulteriore desiderio. Un Re deve essere possente ed alto!
Il Mago lo guardò e rispose:
- Sire, io faccio magie, non miracoli…
- Arturo, chi ti racconta queste sciocchezze? – Urlò il nonno inviperito.
- Nonno dai raccontami ancora della lapidazione!
Il Nonno, tutto ringalluzzito, e preso un bel respiro, iniziò il racconto.
- Eh caro Arturo, questa fu una grande idea di Mago Merlino…
- “Merlino, – chiese il futuro Re, - cosa devo fare per farmi amare anche da chi non mi ama ancora?
- Mio Sire, solo i Martiri sono amati da chiunque. Prima di tutto perché non ci sono più, e secondo perché chi rischia la vita per una causa è sempre visto come un eroe”.
Il Futuro Grande Re, capì il messaggio di Merlino e con una mossa molto abile, inscenò una lapidazione vicino al Duomo della nostra città, fomentando ad arte in tal senso proprio chi lo odiava di più.
Risultato, i Demoni furono arrestati e con loro anche la Demon-crazia subì un duro colpo. Lui per settimane evitò di farsi vedere. Molti lo credevano morto. L’interesse e la preoccupazione di tutti per il Cavaliere Paladino Delle Libertà, crebbero a dismisura. Allora, anche quelli incerti capirono che avrebbero rischiato di perdere un grande uomo e gli attestati di stima e di affetto si moltiplicarono in pochi giorni. In realtà il Re stava benissimo. Ci voleva ben altro che alcuni pezzi del Duomo per abbattere quel grand’uomo!
- Cavolo, – disse il piccolo Arturo – dev’essere stato proprio un pezzo d’uomo per sopravvivere ad un pezzo del Duomo!
- Non giocare con le parole Arturo, - lo redarguì il nonno – è vietato dal ministro della Propaganda!
- Ma come? – Fa Arturo, - non si può neanche giocare con le parole! Chissà che fine avranno fatto i Paladini Delle Libertà al giorno d’oggi…
- Dov’ero rimasto? – Ripartì il nonno che ogni tanto non ci sentiva bene. - Merlino spiegò al futuro Re che contro l’odio solo l’amore poteva vincere. A quel punto il Cavaliere ricomparve acclamato a gran voce, più smagliante che mai, con tanto di naso rifatto, frutto dei postumi dell’attentato, e plasmato ad arte in stile Cesareo. Salito sul pulpito, pronunciò al popolo il grande discorso sul Regno dell’Amore. Il punto più entusiasmante del suo discorso fu quando dichiarò:
- “Amici, grazie del vostro affetto. Avete visto tutti dove può portare la Demon-crazia. Il rischio della violenza è alle porte. Noi dobbiamo combatterlo, con il linguaggio dell’Amore, abbandonando per sempre i diversi punti di vista, le divisioni. Dobbiamo stare tutti uniti per il bene della nostra cara Republika. E c’è solo un modo. Tutti noi dobbiamo pensare con una sola testa. Solo così, solamente se la penseremo tutti allo stesso modo, la pace e l’amore trionferanno. Ebbene, io mi propongo come colui che si assumerà questa responsabilità. Quella testa sarà la mia! E sopra questa testa come simbolo della mia responsabilità, metterò un copricapo dorato, affinché anche Dio da lassù possa proteggerla, e proteggere con essa il mio operato.”
- Un boato della folla unì finalmente tutti sotto lo stesso pensiero. Ma egli continuò.
- “D’ora in poi, per omaggiare la nostra Republika, io stesso porterò il suo nome, unendola al mio nuovo titolo di Re. D’ora in poi mi chiamerete, Re Publik.”
- Un altro boato di consenso unì tutti i presenti sotto lo stesso pensiero.
- “Attraverso il nuovo Ministero della Propaganda tutti voi saprete come e cosa dovrete pensare. Tutto sarà più semplice. Tutti andremo d’accordo. La pace trionferà, e Republika diverrà il Regno dell’Amore!”
- E da quel momento in poi la terribile Demoncrazia ebbe termine nel nostro Paese! – Concluse il nonno.
- Uffa, – sbottò Arturo, - questa favola finisce sempre allo stesso modo! Ma nonno, io ho sentito di una profezia greca antica in cui l’origine delle parole Demoncrazia, e Republika sono ben diversi da quello che mi hai detto tu…
- Ah, Arturo, ma tu credi alle profezie? Il Ministero della Propaganda è stato sempre chiaro in proposito, sono solo racconti di qualche vecchio ciarlatano con la passione per le lingue, peraltro vietate, come il greco antico e il latino…
- Ma nonno, sono in molti a credere a queste profezie, lo dicono tutti sul libro delle facce…
- Arturo, quante volte ti ho detto di lasciar perdere quei sovversivi del libro delle facce? Lo sai che sono fuorilegge, finirai per metterti nei guai con la legge! Sotto le facce c’è la scritta Wanted! Sono ricercati. Se ti sentissero i cavalieri Paladini Delle Libertà ti arresterebbero subito!
- …e per fortuna che sono Paladini Delle Libertà!
- C’è libertà e libertà Arturo. E comunque tu sei ancora troppo piccolo per queste cose. Quando crescerai la penserai come gli altri.
- Non mi piace questa legge. E neanche la favola che mi hai raccontato, nonno.
- Ma non è una favola Arturo, è la tradizione tramandata e propagandata da generazioni!
- Sarà, ma io preferisco altre cose, come ad esempio la profezia.
- Ah, - sbottò il nonno. E cosa direbbe questa profezia?!
- Dice che un giorno giungerà un grande Re, molto più grande di Re Publik, e questi sarà anche l’ultimo Re di Republika…
- … l’ultimo Re! Ma ti rendi conto? Come può essere Grande un Re dopo il quale vi è il nulla?
- La profezia dice che si inizia sempre da zero, altrimenti che inizio sarebbe?
- Bella questa! E quando giungerà questo Grande ultimo Re?
- La profezia non lo dice. Ma io da grande voglio fare il Re.
- Re Arturo! Sei proprio simpatico, ah-ah! E cosa vorresti fare? Sentiamo.
- Beh, innanzitutto dato che l’immagine è tutto, mi chiamerò alla francese… Artù!
- Bravo Artur …o Artù, come vuoi tu. Perché non ti dai alla politica? Il ministero della Propaganda è il più importante della nostra patria.
- Perché? – Chiese Artù.
- Perché è quello che decide come devono pensare i sudditi, per non dover tornare al caos che c’era un tempo.
- … e anche quello che dice che non si può giocare con le parole. E’ un ministero antipatico caro nonno, penso che lo abolirò quando diverrò Re.
- Ah, ah! Arturo… speriamo che tu non diventi mai Re, o che crescendo… diventerai come tutti gli altri.
- Oppure saranno gli altri a diventare come me!
- Ebbene…allora, vorrà dire che saremo tutti nelle mani… di Re Artù!
domenica 20 dicembre 2009
Loboto Natalizzati
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Il bombardamento era iniziato da tempo. Ormai il nemico era alle porte e come ogni anno tornava sempre alla stessa data.
Luci rossastre, melodie subliminali, neon impazziti, palle e decorazioni natalizie ovunque.
La Città rigurgitava immagini da ogni muro, pannello, manifesto, schermo. Migliaia di occhi telecomandati rivolti laddove era stato previsto.
Un senso di schiavitù intangibile ma onnipresente, iniziò a permeare la mente di Fabio.
Davanti ad una vetrina si vide riflesso. Dietro di lui un manichino. Scarpe, cappello, giacca, perfino le basette erano uguali. Era esattamente come quel manichino.
Erano riusciti a plasmarlo a tal punto? Si chiese stupito. E non se n’era nemmeno accorto.
E pensare che era certo di essere un tipo originale. L’avevano convinto loro anche di questo?
Ma poi… Loro chi? Era possibile dare la colpa a qualcuno?
In fondo, era lui che si era vestito così. L’aveva deciso da solo di comperare quegli abiti, che senza rendersene conto, erano in realtà diventati delle uniformi.
E la colpa non era di nessuno, se non sua…
Nella notte insonne, la fonte d’ispirazione, tardava a venire, mentre la pioggia batteva sul tetto mansardato del bagno.
Questo suono insistente, se non ossessionante, di primo acchito tratteneva in se’ un elemento ridondante che col passare dei minuti, delle ore, trasportava chi stava in ascolto, in un luogo ameno, quasi che ogni goccia che sbatteva sopra la sua testa, allontanasse il mondo che stava l fuori, e lo trasportasse sempre più lontano…
Ma, il resto della casa era anche peggio. Silenzi interminabili, amplificati dall’eco dei suoi passi in stanze semivuote.
Forse per questo decise di mettere la scrivania proprio nel luogo meno consono, ma senza farsi troppe domande sul suo operato.
Ecco. Ora se ne stava lì, seduto al lume di candela, tra il lavandino ed il bidé, con lo sguardo fisso nella penombra, dalla quale emergeva solo l’informe massa luminescente del water.
Eppure, chiudendo gli occhi, quel concerto sopra la sua testa, fatto di sole percussioni, sembrava donargli la serenità che stava cercando, e che il suo animo aveva trovato proprio nel luogo più strano, tra un sanitario ed un lume di candela.
Nel mentre cercava parole da spedire su un foglio in attesa di inchiostro, si rese conto che davanti ai suoi occhi chiusi, scorrevano solo immagini. Dal telegiornale del mattino, ai manifesti sulla strada, sino ai film in TV della sera, tutto attorno vi erano solo icone. Le parole sembravano non essere più le protagoniste di questo mondo, sconfitte dal predominio della vista sugli altri sensi.
Per uno scrivente, quasi scrittore, in cerca della vena, non rimaneva altro che tradurre le immagini in parole. Forse, era l’unico modo per dimostrare che la stessa cosa già vista, poteva essere eternata con delle lettere nere su un foglio bianco, e risultare addirittura migliore di quando era solo una foto sbiadita nella mente.
Nel bagno non vi erano distrazioni. Non una sola immagine a colori. Il bianco era la specie dominante, su uno sfondo scuro pavimentato.
Nel regno del bianco e nero, al riparo dal frastuono multicromatico, si sentiva a suo agio.
Davanti al foglio bianco sapeva che non sarebbero servite matite colorate per descrivere i colori. Bastavano delle semplici parole nere su sfondo chiaro. Solo queste erano le chiavi per entrare nella mente e ritrovarvi le migliaia di sfumature che forse nemmeno nella realtà esistevano più. Erano l’ingresso in un nuovo mondo, unico per ciascuno, perché ognuno avrebbe visto qualcosa di diverso dall’altro.
Come delle streghe in un sortilegio, le parole avrebbero evocato immagini, suoni, profumi, unici in ogni lettore.
Doveva esserci rimasto ancora in giro qualcuno che leggeva!
Loro sarebbero stati i suoi alleati, i soli che potevano capire di cosa stava parlando, anche loro alla ricerca di quel “diverso” che li poteva distinguere da un mondo omogeneizzato.
Si trattava in fondo solo di scovarli. Ma dove a quest’ora della notte?
D’un tratto si ricordò di un luogo non lontano ove i cultori della parola, nera su bianco, si avvicendavano nelle serate amene, forse alla ricerca di un luogo ove sfuggire al delirio omogeneizzato.
Era una libreria.
Aperta fino a notte fonda, accoglieva i lettori viandanti alla ricerca di un rifugio, ed a Fabio questa similitudine ricordò la notte di Natale, ormai imminente.
Appena entrato respirò subito un’aria diversa. Sentiva la presenza di milioni di parole scritte sulle pagine di quei libri, tutti stipati uno sull’altro. E per un attimo provò la sensazione del calore di casa.
Mentre passeggiava tra i lettori, col sorriso sulle labbra senza sapere bene perché, notò che vi erano molte persone e continuavano a giungerne. La speranza di trovare un luogo al riparo dal mondo che stava là fuori, sembrava essersi realizzata.
Infine si avvicinò alla cassa. Ma lì, l’ansia di nuovo prese ad attanagliarlo.
Una ressa di lettori, o presunti tali, si accalcava attorno ad un paio di scodinzolanti impacchettatrici natalizie travestite da Barbie di natale, penetrate anche in quel luogo, con nastrini, stelline e cartine luccicanti.
Osservando bene, notò che la maggior parte, non erano lettori, bensì acquirenti, presi dai loro rituali spasmodici di acquisto prenatalizio.
Erano dappertutto.
L’ansia prese il sopravvento e per un attimo Fabio pensò di vomitare.
Ascoltò per caso una conversazione tra un addetto indaffarato tra bancomat e scontrini, al quale una cliente chiese un’informazione letteraria. Forse era veramente in una libreria, si disse.
- Senta volevo un romanzo, ma non un romanzo qualsiasi, un romanzo… diverso! Mi saprebbe consigliare?
Lo sguardo del banconista con una carta di credito in bocca ed un’altra in mano si fece truce. Poi bofonchiò:
- Si…- si interruppe, - si…gnorina, ma diverso da cosa?!!
Il volto della cliente si incupì, e si fece pensieroso. Forse per sottrarla al dissidio o per togliersela davanti, il cassiere, nonché un tempo esperto libraio, le venne in soccorso.
- Perché non prende l’ultimo di Fabio Volo?
La Signorina si illuminò ed acconsentì.
- Perfetto, me lo incarta per favore? E magari se mi fa uno sconticino…
- Ma certo Signorina! Prende qualcos’altro? Quest’anno la cultura si vende a peso! Se arriva ad un chilo le facciamo lo sconto del dieci per cento! – E sottovoce concluse: - Le consiglio qualche tomo russo…
Fabio, si voltò e vide una cosa che lo sconvolse. Dietro di lui, altre clienti aspettavano con in mano tutte lo stesso libro. Ed era quello consigliato dal libraio a voce alta alla cliente.
Si rivide quache ora prima, riflesso davanti alla vetrina, ed ebbe l’impressione che tutte le lettrici in coda, fossero dei manichini che lo fissavano stranite. Mise una mano alla bocca e un istante dopo vomitò su una pila di libri di Dan Brown mentre cercava di infila re la porta.
Un libraio in partenza per una filiale sita in un'altra città, commentò che dove stava andando lui, i Dan Brown avrebbero venduto anche così conciati.
Bastava spostare i volumi nella zona gastronomia, assieme ai calendari sui gatti.
- Si sente male? – un’improvvida barista improvvisatasi libraia, lo prese per mano e lo accompagnò ad un tavolino dell’adiacente Bar. Li, assieme ad un bel te caldo, estrasse un libercolo e lo mise nelle mani del paziente cliente.
E così oltre al te, si ritrovò tra le mani anche l’ultimo libro di Fabio Volo. Mentre tratteneva a stento un altro conato, la barista dall’accento forestiero, insistendo spiegò:
- Fidati di me. E’ il Cult del momento. E poi Lui ci capisce. Ho letto che è un “non scrittore”, in sostanza uno come noi, come me… come te!
Fabio la guardò basito. Bella roba da dire ad uno scrivente con velleità da scrittore, pensò. Poi, col libro in mano, mentre la barista tornava finalmente al suo lavoro, si mise a parlare con lui.
- Fabio…Fabio, te lo dico con il cuore in mano, da Fabio a Fabio.. ma vaffanculo, va!
- Mi scusi, la disturbo? –
Una ninfa di rara bellezza, dalla voce suadente e lo sguardo intelligente, oltre che vispo, almeno agli occhi inebriati del giovane, gli si sedette accanto e prese per mano lui ed il libro che teneva stretto.
Rapito da quella visione e quel tocco, già non ricordava più cosa stesse dicendo, e cosa facessero lì mano nella mano. Lei, gli si avvicinò, lo guardò negli occhi e, gli prese il libro dalle mani.
Infine, sorrise. Sfogliando con nonchalance le pagine del non scrittore, si preparò a favellare.
- Il mio oroscopo di oggi, - riprese, - diceva che "se troverete un uomo, talmente uomo, da essere entusiasta dell’ultimo libro di Fabio Volo, non dovete lasciarvelo scappare"!
Fabio, ebbe un sussulto. Forse era l’oroscopo della Mondadori?! Si guardò in giro, ed infine si guardò dentro. Con la bocca impastata dal compromesso, e una mano sul cuore, trovò il modo di proferire a voce sommessa:
- Si certo, un libro vivace, piacevole e…non si può negare, anche di successo.
La lettrice lo guardò sospettosa.
- Ma non mi sembrate entusiasta…- concluse con voce spenta.
Fabio, sentendo svanire quel opportunità tra le mani, fece un gran respiro, chiuse gli occhi e d’un fiato sbottò:
- Ho letto tutti i libri di Fabio Volo, dal ultimo al primo, si… e trovo che l’ultimo, per l’appunto questo, sarà anche perché l’ho letto per primo… non so, fatto sta che è quello che mi ha lasciato più, … come dire…entusiasta! Lo giuro!
Un gatto miagolò tre volte, in lontananza.
- Lo sentivo! Il mio oroscopo non poteva essersi sbagliato. E poi si sente che Lei è un uomo colto!
I due si presero per mano.
Un paio di giovini e piacenti librai nel frattempo, tentavano di mettere in guardia Fabio da quella che doveva essere una delle Valchirie che si aggiravano per la libreria nelle serate più afose. Ma trattandosi di fuochi fatui interiori, potevano capitare anche fuori dal periodo estivo. I giovini librai vi erano vaccinati, ma qualche sprovveduto cliente ogni tanto, rischiava di finire nella rete. Ed infatti Fabio, aveva orecchie solo per lei.
La valchiria gli confidò che aveva bisogno di essere accompagnata da un uomo della sua indubbia cultura, e lo trascinò in giro per la libreria, quando inciampò su una pila di libri finendo chiappe all’aria su un tavolo ricoperto di testi Mantra sino all’orlo, per la gioia del labile Fabio.
- Si è fatta male signorina? – Le chiese Fabio.
- No, no. Cavolo, qui crescono pile di libri ovunque! Neanche li avessero seminati. A me tutta questa coltura dopo un po’ mette ansia. Ho bisogno di un po’ d’aria.
Transitando per la libreria, videro un buon uomo alla cassa che urlava come al mercato rionale del pesce.
- I Fabio Volo sono finiti, ma sono rimasti i Den Braun in offerta!
La folla si gettò sulla pila dei Dan Brown, mentre il solerte libraio rionale seguitava negli slogan:
- Non vi affannate, siamo qui a vendere cultura ogni giorno dalle nove a mezzanotte…!
E proprio mentre stava per scoccare la mezzanotte, la ressa non era ancora smaltita, così un libraio teutonico nell’animo, attirò la folla con un pretesto all’esterno.
- Ultima copia del libro di Fabio Volo! Chi mi prende lo avrà in dono!
C’è chi dice di averlo udito urlare in lontananza, ormai sulle orme di Sigfrido, che se fosse stato necessario avrebbe corso anche sino a Berlino…
La folla fuoriuscì all’inseguimento, e le porte si chiusero alle loro spalle, per mano di un lesto collezionista di chiose d’altri tempi.
Nel buio illuminato dal Natale, due novelli innamorati, si aggiravano per le vie di Verona, monitorati dalle telecamere del Sindaco.
- Il Grande Fratello veglia su di noi, altro che 1984… – disse Fabio per fare il colto.
- Anch’io lo guardo sempre! – Replicò la valchiria entusiasta. – Abbiamo proprio un sacco di cose in comune!
- Lo dice sempre anche il Sindaco… – Biascicò un passante che ce l’aveva col mondo.
- Che atmosfera natalizia, che colori romantici, - continuò lei, - perché non ci baciamo davanti alle telecamere di Piazza Erbe? Eh? Dai facciamo come al Grande Fratello!
Detto fatto, si spupazzò l’inerte Fabio che non reagì.
- Ma cosa c’è? - Seguitò lei, - non ti piaccio?
- Ma no, no – disse lui, - sono le telecamere, le luci… il Natale!
Lei si corrucciò.
- Tu sei un tipo strano. E poi non so neanche come ti chiami… e mi hai già baciata!
- Ma veramente io…- Replicò Fabio.
- Me ne vado, ciao.
Detto questo si guardò intorno e partì.
- Mi chiamo Fabio … - le urlò dietro. – Come Fabio Volo…
Lei si voltò. E lui riprese.
- Si, intendevo dire che, sono timido e le telecamere mi indispongono. Quanto alle luci natalizie, è come essere a Las Vegas! Ci sono anche i Babbi Natale impiccati alle finestre, Cristo Santo!
E nessuno si accorge di niente, e come se fossero tutti... natalizzati! Non se ne può più!
Lei gli si avvicinò.
- Fabio. Bel nome. Forse ho capito cosa cerchi di dirmi tra le righe. Tu odi Las Vegas perché hai perso tutti i tuoi soldi nel gioco…era capitato anche al mio ex.
Ecco, ci mancava il fantasma dell’ex. Le sopracciglia di Fabio si contorsero a forma di punto interrogativo. E lei non aveva ancora terminato.
- Ma non ti preoccupare non ti voglio mica sposare! E’ solo che io a Natale mi innamoro sempre…
In fondo l’atmosfera del Natale non era poi così male, si disse Fabio. Passeggiando mano nella mano con lei, si accorse che non avrebbe passato il Natale da solo quest’anno.
Merito forse dell’atmosfera natalizia, e forse pure di Fabio Volo… anche se non riusciva ancora ad ammeterlo.
Avrebbe voluto continuare a prendersela col mondo, ma per questo Natale, si convinse, che avrebbe fatto una pausa. Stavolta, al pari di tutti gli altri, aveva altro a cui pensare…