venerdì 8 gennaio 2010
Re Publik
“C’era una volta un Regno chiamato RePublika, nome tramandato da generazioni e nel quale ancora oggi noi abbiamo la fortuna di vivere, e tutto questo grazie alle gesta del primo Grande Re, nonché primo sovrano del nostro Regno. Devi sapere caro Arturo, che prima di questo grande Re non vi erano mai stati altri sovrani nella nostra cara Republika. Lui fu il primo. Sappiamo ormai ben poco del periodo che venne prima del grande Re. Ma i nostri avi ci hanno tramandato una storia, che io ora vado a raccontarti, come mio nonno fece con me, affinché la memoria di questo non vada mai perduta.
- Ma ancora…! - Disse sconfortato Arturo, che si stava già addormentando.
- Arturo, è la storia ufficiale che si propaganda da generazioni!
- Uff…Nonno, devi ancora spiegarmi perché il nostro Regno si chiama Republika!
Il nonno lo guardò un po’ sorpreso e rispose.
- Non vuol dire niente, è un nome come un altro. E’ come dire Arturo!
- Mmm… a me sembrava d’aver sentito che un significato ce lo avesse.
- Qualunque cosa fosse non ha più importanza. Prima del Regno c’era una forma di governo che gli avi chiamarono Demon-crazia, ovvero governo dei demoni e questo perché non c’era modo di mettere d’accordo i politici nel governo del Paese. Essi litigavano su tutto e si accusavano l’un l’altro di essere il demonio in persona! Ma per fortuna al futuro grande Re, un tempo solo Cavaliere, non mancavano le idee. Dopo aver dimostrato attenzione verso il popolo nella sua vita privata, costruendo per loro splendide case, inventò un nuovo tipo di passaparola che consisteva in una ricompensa ogni qual volta qualcuno parlava bene di lui, e la chiamò Pro-paganda, anche se ora si dice Pubblicità. Risultato: divenne il Cavaliere più popolare della nostra Patria in men che non si dica.
Un bel giorno per il bene di Republika, decise di scendere in campo, come Paladino Delle Libertà… usando le stesse idee che lo avevano reso popolare e famoso: Propaganda, Devozione e Libertà. Ed il risultato non poté che essere assicurato. Un seguito cospicuo di Cavalieri si riunì attorno a lui, tutti sotto il motto di Paladini Delle Libertà, con la missione di salvaguardare il popolo dai Demoni che da sempre lo affliggevano, ovvero Paura, Diversità, ed eccessiva Libertà.
Ma purtroppo, si fece così anche molti nemici che lo accusarono di ogni evento negativo succedesse nel paese, e per le cose più assurde.
Pensa che arrivarono perfino a condannarlo per essere troppo bello, come se questa fosse una colpa!
Il futuro Re, si dice fosse un Cavaliere bellissimo e tutte le donne di Republika avrebbero voluto sposarlo.
Lui era buono e generoso e quindi cercò sempre di amarne il più possibile, ma non sarebbe mai riuscito ad amarle tutte. Forse per questo, una di loro, invidiosa delle altre, si vendicò, dicendo di lui menzogne terribili, e tra le altre cose, disse anche che lui non era affatto il Cavaliere più bello di Republika. Questa notizia lo ferì molto, ma come sempre non si perse d’animo.
Si rivolse quindi, a Mago Merlino…
- Mio Signore, sono ai tuoi ordini! – Disse il grande Mago che, da buon veggente, già sapeva come sarebbero andate le cose in futuro.
Arturo interruppe il nonno e gli chiese.
- Come hai detto che si chiamava? Mago Zerbino?!
- Mago M-e-r-l-i-n-o! Arturo, non viaggiare con la fantasia. Il futuro Re, chiese a Merlino la prima cosa che gli stava a cuore per il bene del paese di Republika.
- Merlino, sono o non sono ancora il Cavaliere più bello del Reame?
Merlino lo guardò stupito e rispose.
- Ma certo mio Sire, anche se non siamo ancora in un Reame!
Ma il Cavaliere sapeva quando il Mago non la raccontava giusta.
- Non raccontare Balle Mago. I miei eroici capelli sono caduti in battaglia, ed ho molta più pelle di quanta in realtà me ne serva. Ho deciso di privarmene e farne dono.
- Ah…qual buon cuore! - Fa il Mago, – lei è molto generoso, e per essere uno della sua età se la cava ancora bene!
- Il futuro Re deve essere il più bello del Reame, non un vecchietto giovanile! L’immagine è tutto…- concluse il Cavaliere.
Il mago, compresa l’importanza dell’immagine per la politica e forse anche per amor di Stato, compì una magia, e dopo qualche giorno, pelle, e capelli tornarono quelli di un tempo.
Il piccolo Arturo fermò il nonno ed aggiunse:
- Ma nonno questa storia l’ho già ascoltata un sacco di volte! Io, invece … ho sentito dire che a quel punto il Cavaliere disse al Mago:
- Bene Mago! Sapevo di poter contare su di te! Avrai un posto speciale nel mio Governo, sarai il ministro delle Finanze! Ma prima ho un ulteriore desiderio. Un Re deve essere possente ed alto!
Il Mago lo guardò e rispose:
- Sire, io faccio magie, non miracoli…
- Arturo, chi ti racconta queste sciocchezze? – Urlò il nonno inviperito.
- Nonno dai raccontami ancora della lapidazione!
Il Nonno, tutto ringalluzzito, e preso un bel respiro, iniziò il racconto.
- Eh caro Arturo, questa fu una grande idea di Mago Merlino…
- “Merlino, – chiese il futuro Re, - cosa devo fare per farmi amare anche da chi non mi ama ancora?
- Mio Sire, solo i Martiri sono amati da chiunque. Prima di tutto perché non ci sono più, e secondo perché chi rischia la vita per una causa è sempre visto come un eroe”.
Il Futuro Grande Re, capì il messaggio di Merlino e con una mossa molto abile, inscenò una lapidazione vicino al Duomo della nostra città, fomentando ad arte in tal senso proprio chi lo odiava di più.
Risultato, i Demoni furono arrestati e con loro anche la Demon-crazia subì un duro colpo. Lui per settimane evitò di farsi vedere. Molti lo credevano morto. L’interesse e la preoccupazione di tutti per il Cavaliere Paladino Delle Libertà, crebbero a dismisura. Allora, anche quelli incerti capirono che avrebbero rischiato di perdere un grande uomo e gli attestati di stima e di affetto si moltiplicarono in pochi giorni. In realtà il Re stava benissimo. Ci voleva ben altro che alcuni pezzi del Duomo per abbattere quel grand’uomo!
- Cavolo, – disse il piccolo Arturo – dev’essere stato proprio un pezzo d’uomo per sopravvivere ad un pezzo del Duomo!
- Non giocare con le parole Arturo, - lo redarguì il nonno – è vietato dal ministro della Propaganda!
- Ma come? – Fa Arturo, - non si può neanche giocare con le parole! Chissà che fine avranno fatto i Paladini Delle Libertà al giorno d’oggi…
- Dov’ero rimasto? – Ripartì il nonno che ogni tanto non ci sentiva bene. - Merlino spiegò al futuro Re che contro l’odio solo l’amore poteva vincere. A quel punto il Cavaliere ricomparve acclamato a gran voce, più smagliante che mai, con tanto di naso rifatto, frutto dei postumi dell’attentato, e plasmato ad arte in stile Cesareo. Salito sul pulpito, pronunciò al popolo il grande discorso sul Regno dell’Amore. Il punto più entusiasmante del suo discorso fu quando dichiarò:
- “Amici, grazie del vostro affetto. Avete visto tutti dove può portare la Demon-crazia. Il rischio della violenza è alle porte. Noi dobbiamo combatterlo, con il linguaggio dell’Amore, abbandonando per sempre i diversi punti di vista, le divisioni. Dobbiamo stare tutti uniti per il bene della nostra cara Republika. E c’è solo un modo. Tutti noi dobbiamo pensare con una sola testa. Solo così, solamente se la penseremo tutti allo stesso modo, la pace e l’amore trionferanno. Ebbene, io mi propongo come colui che si assumerà questa responsabilità. Quella testa sarà la mia! E sopra questa testa come simbolo della mia responsabilità, metterò un copricapo dorato, affinché anche Dio da lassù possa proteggerla, e proteggere con essa il mio operato.”
- Un boato della folla unì finalmente tutti sotto lo stesso pensiero. Ma egli continuò.
- “D’ora in poi, per omaggiare la nostra Republika, io stesso porterò il suo nome, unendola al mio nuovo titolo di Re. D’ora in poi mi chiamerete, Re Publik.”
- Un altro boato di consenso unì tutti i presenti sotto lo stesso pensiero.
- “Attraverso il nuovo Ministero della Propaganda tutti voi saprete come e cosa dovrete pensare. Tutto sarà più semplice. Tutti andremo d’accordo. La pace trionferà, e Republika diverrà il Regno dell’Amore!”
- E da quel momento in poi la terribile Demoncrazia ebbe termine nel nostro Paese! – Concluse il nonno.
- Uffa, – sbottò Arturo, - questa favola finisce sempre allo stesso modo! Ma nonno, io ho sentito di una profezia greca antica in cui l’origine delle parole Demoncrazia, e Republika sono ben diversi da quello che mi hai detto tu…
- Ah, Arturo, ma tu credi alle profezie? Il Ministero della Propaganda è stato sempre chiaro in proposito, sono solo racconti di qualche vecchio ciarlatano con la passione per le lingue, peraltro vietate, come il greco antico e il latino…
- Ma nonno, sono in molti a credere a queste profezie, lo dicono tutti sul libro delle facce…
- Arturo, quante volte ti ho detto di lasciar perdere quei sovversivi del libro delle facce? Lo sai che sono fuorilegge, finirai per metterti nei guai con la legge! Sotto le facce c’è la scritta Wanted! Sono ricercati. Se ti sentissero i cavalieri Paladini Delle Libertà ti arresterebbero subito!
- …e per fortuna che sono Paladini Delle Libertà!
- C’è libertà e libertà Arturo. E comunque tu sei ancora troppo piccolo per queste cose. Quando crescerai la penserai come gli altri.
- Non mi piace questa legge. E neanche la favola che mi hai raccontato, nonno.
- Ma non è una favola Arturo, è la tradizione tramandata e propagandata da generazioni!
- Sarà, ma io preferisco altre cose, come ad esempio la profezia.
- Ah, - sbottò il nonno. E cosa direbbe questa profezia?!
- Dice che un giorno giungerà un grande Re, molto più grande di Re Publik, e questi sarà anche l’ultimo Re di Republika…
- … l’ultimo Re! Ma ti rendi conto? Come può essere Grande un Re dopo il quale vi è il nulla?
- La profezia dice che si inizia sempre da zero, altrimenti che inizio sarebbe?
- Bella questa! E quando giungerà questo Grande ultimo Re?
- La profezia non lo dice. Ma io da grande voglio fare il Re.
- Re Arturo! Sei proprio simpatico, ah-ah! E cosa vorresti fare? Sentiamo.
- Beh, innanzitutto dato che l’immagine è tutto, mi chiamerò alla francese… Artù!
- Bravo Artur …o Artù, come vuoi tu. Perché non ti dai alla politica? Il ministero della Propaganda è il più importante della nostra patria.
- Perché? – Chiese Artù.
- Perché è quello che decide come devono pensare i sudditi, per non dover tornare al caos che c’era un tempo.
- … e anche quello che dice che non si può giocare con le parole. E’ un ministero antipatico caro nonno, penso che lo abolirò quando diverrò Re.
- Ah, ah! Arturo… speriamo che tu non diventi mai Re, o che crescendo… diventerai come tutti gli altri.
- Oppure saranno gli altri a diventare come me!
- Ebbene…allora, vorrà dire che saremo tutti nelle mani… di Re Artù!
domenica 20 dicembre 2009
Loboto Natalizzati
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Il bombardamento era iniziato da tempo. Ormai il nemico era alle porte e come ogni anno tornava sempre alla stessa data.
Luci rossastre, melodie subliminali, neon impazziti, palle e decorazioni natalizie ovunque.
La Città rigurgitava immagini da ogni muro, pannello, manifesto, schermo. Migliaia di occhi telecomandati rivolti laddove era stato previsto.
Un senso di schiavitù intangibile ma onnipresente, iniziò a permeare la mente di Fabio.
Davanti ad una vetrina si vide riflesso. Dietro di lui un manichino. Scarpe, cappello, giacca, perfino le basette erano uguali. Era esattamente come quel manichino.
Erano riusciti a plasmarlo a tal punto? Si chiese stupito. E non se n’era nemmeno accorto.
E pensare che era certo di essere un tipo originale. L’avevano convinto loro anche di questo?
Ma poi… Loro chi? Era possibile dare la colpa a qualcuno?
In fondo, era lui che si era vestito così. L’aveva deciso da solo di comperare quegli abiti, che senza rendersene conto, erano in realtà diventati delle uniformi.
E la colpa non era di nessuno, se non sua…
Nella notte insonne, la fonte d’ispirazione, tardava a venire, mentre la pioggia batteva sul tetto mansardato del bagno.
Questo suono insistente, se non ossessionante, di primo acchito tratteneva in se’ un elemento ridondante che col passare dei minuti, delle ore, trasportava chi stava in ascolto, in un luogo ameno, quasi che ogni goccia che sbatteva sopra la sua testa, allontanasse il mondo che stava l fuori, e lo trasportasse sempre più lontano…
Ma, il resto della casa era anche peggio. Silenzi interminabili, amplificati dall’eco dei suoi passi in stanze semivuote.
Forse per questo decise di mettere la scrivania proprio nel luogo meno consono, ma senza farsi troppe domande sul suo operato.
Ecco. Ora se ne stava lì, seduto al lume di candela, tra il lavandino ed il bidé, con lo sguardo fisso nella penombra, dalla quale emergeva solo l’informe massa luminescente del water.
Eppure, chiudendo gli occhi, quel concerto sopra la sua testa, fatto di sole percussioni, sembrava donargli la serenità che stava cercando, e che il suo animo aveva trovato proprio nel luogo più strano, tra un sanitario ed un lume di candela.
Nel mentre cercava parole da spedire su un foglio in attesa di inchiostro, si rese conto che davanti ai suoi occhi chiusi, scorrevano solo immagini. Dal telegiornale del mattino, ai manifesti sulla strada, sino ai film in TV della sera, tutto attorno vi erano solo icone. Le parole sembravano non essere più le protagoniste di questo mondo, sconfitte dal predominio della vista sugli altri sensi.
Per uno scrivente, quasi scrittore, in cerca della vena, non rimaneva altro che tradurre le immagini in parole. Forse, era l’unico modo per dimostrare che la stessa cosa già vista, poteva essere eternata con delle lettere nere su un foglio bianco, e risultare addirittura migliore di quando era solo una foto sbiadita nella mente.
Nel bagno non vi erano distrazioni. Non una sola immagine a colori. Il bianco era la specie dominante, su uno sfondo scuro pavimentato.
Nel regno del bianco e nero, al riparo dal frastuono multicromatico, si sentiva a suo agio.
Davanti al foglio bianco sapeva che non sarebbero servite matite colorate per descrivere i colori. Bastavano delle semplici parole nere su sfondo chiaro. Solo queste erano le chiavi per entrare nella mente e ritrovarvi le migliaia di sfumature che forse nemmeno nella realtà esistevano più. Erano l’ingresso in un nuovo mondo, unico per ciascuno, perché ognuno avrebbe visto qualcosa di diverso dall’altro.
Come delle streghe in un sortilegio, le parole avrebbero evocato immagini, suoni, profumi, unici in ogni lettore.
Doveva esserci rimasto ancora in giro qualcuno che leggeva!
Loro sarebbero stati i suoi alleati, i soli che potevano capire di cosa stava parlando, anche loro alla ricerca di quel “diverso” che li poteva distinguere da un mondo omogeneizzato.
Si trattava in fondo solo di scovarli. Ma dove a quest’ora della notte?
D’un tratto si ricordò di un luogo non lontano ove i cultori della parola, nera su bianco, si avvicendavano nelle serate amene, forse alla ricerca di un luogo ove sfuggire al delirio omogeneizzato.
Era una libreria.
Aperta fino a notte fonda, accoglieva i lettori viandanti alla ricerca di un rifugio, ed a Fabio questa similitudine ricordò la notte di Natale, ormai imminente.
Appena entrato respirò subito un’aria diversa. Sentiva la presenza di milioni di parole scritte sulle pagine di quei libri, tutti stipati uno sull’altro. E per un attimo provò la sensazione del calore di casa.
Mentre passeggiava tra i lettori, col sorriso sulle labbra senza sapere bene perché, notò che vi erano molte persone e continuavano a giungerne. La speranza di trovare un luogo al riparo dal mondo che stava là fuori, sembrava essersi realizzata.
Infine si avvicinò alla cassa. Ma lì, l’ansia di nuovo prese ad attanagliarlo.
Una ressa di lettori, o presunti tali, si accalcava attorno ad un paio di scodinzolanti impacchettatrici natalizie travestite da Barbie di natale, penetrate anche in quel luogo, con nastrini, stelline e cartine luccicanti.
Osservando bene, notò che la maggior parte, non erano lettori, bensì acquirenti, presi dai loro rituali spasmodici di acquisto prenatalizio.
Erano dappertutto.
L’ansia prese il sopravvento e per un attimo Fabio pensò di vomitare.
Ascoltò per caso una conversazione tra un addetto indaffarato tra bancomat e scontrini, al quale una cliente chiese un’informazione letteraria. Forse era veramente in una libreria, si disse.
- Senta volevo un romanzo, ma non un romanzo qualsiasi, un romanzo… diverso! Mi saprebbe consigliare?
Lo sguardo del banconista con una carta di credito in bocca ed un’altra in mano si fece truce. Poi bofonchiò:
- Si…- si interruppe, - si…gnorina, ma diverso da cosa?!!
Il volto della cliente si incupì, e si fece pensieroso. Forse per sottrarla al dissidio o per togliersela davanti, il cassiere, nonché un tempo esperto libraio, le venne in soccorso.
- Perché non prende l’ultimo di Fabio Volo?
La Signorina si illuminò ed acconsentì.
- Perfetto, me lo incarta per favore? E magari se mi fa uno sconticino…
- Ma certo Signorina! Prende qualcos’altro? Quest’anno la cultura si vende a peso! Se arriva ad un chilo le facciamo lo sconto del dieci per cento! – E sottovoce concluse: - Le consiglio qualche tomo russo…
Fabio, si voltò e vide una cosa che lo sconvolse. Dietro di lui, altre clienti aspettavano con in mano tutte lo stesso libro. Ed era quello consigliato dal libraio a voce alta alla cliente.
Si rivide quache ora prima, riflesso davanti alla vetrina, ed ebbe l’impressione che tutte le lettrici in coda, fossero dei manichini che lo fissavano stranite. Mise una mano alla bocca e un istante dopo vomitò su una pila di libri di Dan Brown mentre cercava di infila re la porta.
Un libraio in partenza per una filiale sita in un'altra città, commentò che dove stava andando lui, i Dan Brown avrebbero venduto anche così conciati.
Bastava spostare i volumi nella zona gastronomia, assieme ai calendari sui gatti.
- Si sente male? – un’improvvida barista improvvisatasi libraia, lo prese per mano e lo accompagnò ad un tavolino dell’adiacente Bar. Li, assieme ad un bel te caldo, estrasse un libercolo e lo mise nelle mani del paziente cliente.
E così oltre al te, si ritrovò tra le mani anche l’ultimo libro di Fabio Volo. Mentre tratteneva a stento un altro conato, la barista dall’accento forestiero, insistendo spiegò:
- Fidati di me. E’ il Cult del momento. E poi Lui ci capisce. Ho letto che è un “non scrittore”, in sostanza uno come noi, come me… come te!
Fabio la guardò basito. Bella roba da dire ad uno scrivente con velleità da scrittore, pensò. Poi, col libro in mano, mentre la barista tornava finalmente al suo lavoro, si mise a parlare con lui.
- Fabio…Fabio, te lo dico con il cuore in mano, da Fabio a Fabio.. ma vaffanculo, va!
- Mi scusi, la disturbo? –
Una ninfa di rara bellezza, dalla voce suadente e lo sguardo intelligente, oltre che vispo, almeno agli occhi inebriati del giovane, gli si sedette accanto e prese per mano lui ed il libro che teneva stretto.
Rapito da quella visione e quel tocco, già non ricordava più cosa stesse dicendo, e cosa facessero lì mano nella mano. Lei, gli si avvicinò, lo guardò negli occhi e, gli prese il libro dalle mani.
Infine, sorrise. Sfogliando con nonchalance le pagine del non scrittore, si preparò a favellare.
- Il mio oroscopo di oggi, - riprese, - diceva che "se troverete un uomo, talmente uomo, da essere entusiasta dell’ultimo libro di Fabio Volo, non dovete lasciarvelo scappare"!
Fabio, ebbe un sussulto. Forse era l’oroscopo della Mondadori?! Si guardò in giro, ed infine si guardò dentro. Con la bocca impastata dal compromesso, e una mano sul cuore, trovò il modo di proferire a voce sommessa:
- Si certo, un libro vivace, piacevole e…non si può negare, anche di successo.
La lettrice lo guardò sospettosa.
- Ma non mi sembrate entusiasta…- concluse con voce spenta.
Fabio, sentendo svanire quel opportunità tra le mani, fece un gran respiro, chiuse gli occhi e d’un fiato sbottò:
- Ho letto tutti i libri di Fabio Volo, dal ultimo al primo, si… e trovo che l’ultimo, per l’appunto questo, sarà anche perché l’ho letto per primo… non so, fatto sta che è quello che mi ha lasciato più, … come dire…entusiasta! Lo giuro!
Un gatto miagolò tre volte, in lontananza.
- Lo sentivo! Il mio oroscopo non poteva essersi sbagliato. E poi si sente che Lei è un uomo colto!
I due si presero per mano.
Un paio di giovini e piacenti librai nel frattempo, tentavano di mettere in guardia Fabio da quella che doveva essere una delle Valchirie che si aggiravano per la libreria nelle serate più afose. Ma trattandosi di fuochi fatui interiori, potevano capitare anche fuori dal periodo estivo. I giovini librai vi erano vaccinati, ma qualche sprovveduto cliente ogni tanto, rischiava di finire nella rete. Ed infatti Fabio, aveva orecchie solo per lei.
La valchiria gli confidò che aveva bisogno di essere accompagnata da un uomo della sua indubbia cultura, e lo trascinò in giro per la libreria, quando inciampò su una pila di libri finendo chiappe all’aria su un tavolo ricoperto di testi Mantra sino all’orlo, per la gioia del labile Fabio.
- Si è fatta male signorina? – Le chiese Fabio.
- No, no. Cavolo, qui crescono pile di libri ovunque! Neanche li avessero seminati. A me tutta questa coltura dopo un po’ mette ansia. Ho bisogno di un po’ d’aria.
Transitando per la libreria, videro un buon uomo alla cassa che urlava come al mercato rionale del pesce.
- I Fabio Volo sono finiti, ma sono rimasti i Den Braun in offerta!
La folla si gettò sulla pila dei Dan Brown, mentre il solerte libraio rionale seguitava negli slogan:
- Non vi affannate, siamo qui a vendere cultura ogni giorno dalle nove a mezzanotte…!
E proprio mentre stava per scoccare la mezzanotte, la ressa non era ancora smaltita, così un libraio teutonico nell’animo, attirò la folla con un pretesto all’esterno.
- Ultima copia del libro di Fabio Volo! Chi mi prende lo avrà in dono!
C’è chi dice di averlo udito urlare in lontananza, ormai sulle orme di Sigfrido, che se fosse stato necessario avrebbe corso anche sino a Berlino…
La folla fuoriuscì all’inseguimento, e le porte si chiusero alle loro spalle, per mano di un lesto collezionista di chiose d’altri tempi.
Nel buio illuminato dal Natale, due novelli innamorati, si aggiravano per le vie di Verona, monitorati dalle telecamere del Sindaco.
- Il Grande Fratello veglia su di noi, altro che 1984… – disse Fabio per fare il colto.
- Anch’io lo guardo sempre! – Replicò la valchiria entusiasta. – Abbiamo proprio un sacco di cose in comune!
- Lo dice sempre anche il Sindaco… – Biascicò un passante che ce l’aveva col mondo.
- Che atmosfera natalizia, che colori romantici, - continuò lei, - perché non ci baciamo davanti alle telecamere di Piazza Erbe? Eh? Dai facciamo come al Grande Fratello!
Detto fatto, si spupazzò l’inerte Fabio che non reagì.
- Ma cosa c’è? - Seguitò lei, - non ti piaccio?
- Ma no, no – disse lui, - sono le telecamere, le luci… il Natale!
Lei si corrucciò.
- Tu sei un tipo strano. E poi non so neanche come ti chiami… e mi hai già baciata!
- Ma veramente io…- Replicò Fabio.
- Me ne vado, ciao.
Detto questo si guardò intorno e partì.
- Mi chiamo Fabio … - le urlò dietro. – Come Fabio Volo…
Lei si voltò. E lui riprese.
- Si, intendevo dire che, sono timido e le telecamere mi indispongono. Quanto alle luci natalizie, è come essere a Las Vegas! Ci sono anche i Babbi Natale impiccati alle finestre, Cristo Santo!
E nessuno si accorge di niente, e come se fossero tutti... natalizzati! Non se ne può più!
Lei gli si avvicinò.
- Fabio. Bel nome. Forse ho capito cosa cerchi di dirmi tra le righe. Tu odi Las Vegas perché hai perso tutti i tuoi soldi nel gioco…era capitato anche al mio ex.
Ecco, ci mancava il fantasma dell’ex. Le sopracciglia di Fabio si contorsero a forma di punto interrogativo. E lei non aveva ancora terminato.
- Ma non ti preoccupare non ti voglio mica sposare! E’ solo che io a Natale mi innamoro sempre…
In fondo l’atmosfera del Natale non era poi così male, si disse Fabio. Passeggiando mano nella mano con lei, si accorse che non avrebbe passato il Natale da solo quest’anno.
Merito forse dell’atmosfera natalizia, e forse pure di Fabio Volo… anche se non riusciva ancora ad ammeterlo.
Avrebbe voluto continuare a prendersela col mondo, ma per questo Natale, si convinse, che avrebbe fatto una pausa. Stavolta, al pari di tutti gli altri, aveva altro a cui pensare…
sabato 30 maggio 2009
L'ultimo gioco
Distesa sul letto della cameretta d’ospedale, per la prima volta tutta per lei, prese quel dito avvolgendolo con la sua piccola mano, e lo strinse forte, mentre un sorriso le increspava le gote, scoprendo alcuni denti ancora non del tutto cresciuti, che la rendevano così buffa ed irresistibile a Papà.
Con un gioco di sguardi si capirono al volo, come sempre. Del resto non vi era alternativa.
Silvia vide le labbra del Padre muoversi disegnando parole che leggeva solo lei. Non era certa di aver compreso ma ricambiò con un altro generoso sorriso che fece arrossire, stavolta, non solo lei.
Da circa un anno il suo gioco preferito era diventato leggere i fumetti dei grandi che le parlavano compiendo smorfie esagerate, quanto inutili, e che lei immaginava crearsi a lato delle loro labbra, come fossero quelli scritti nei fumetti dei suoi eroi preferiti.
La realtà era divenuta un gioco da quando aveva smesso di sentire i suoni, le voci, e tutto il resto.
Un gioco che non finiva mai.
Ma non era che l’inizio.
Quando un giorno il cielo si annuvolò, Silvia attese il sereno, paziente e giocosa come sempre. Ma al posto del sereno giunse una notte infinita.
Si ricordò allora di una favola che Papà le raccontava sempre, e che come tutte le cose che aveva sentito, continuava a ripetersi, ricreando un mondo sonoro dentro di se.
In quella fiaba, lui le aveva narrato di questo nuovo gioco, più e più volte. Un gioco molto lungo, in cui il mondo avrebbe fatto finta di non parlare più con lei. E lei avrebbe dovuto resistere, perché chi parlava per primo avrebbe perso.
In seguito, qualcuno avrebbe spento la luce. Ma anche qui non doveva preoccuparsi, perché Papà sarebbe sempre stato al suo fianco, e anche se non poteva più sentirlo, né vederlo, avrebbe sempre potuto farsi abbracciare tutte le volte che voleva, ed ascoltare il battito del suo cuore, che la faceva tanto sorridere.
In quel nuovo mondo senza più eco né immagini, Papà si inventava sempre nuovi giochi e le stava sempre vicino.
Lei, riusciva a muoversi nella stanza anche senza vedere. Tutto era chiaro nella sua mente.
Il gioco tuttavia non era finito. E Silvia lo sapeva. La parte più difficile doveva ancora venire.
Nella fiaba di Papà, un giorno lei avrebbe perso la voglia di correre, e di camminare. Ed anche se le sembrava quasi impossibile, avvenne proprio così.
Nel grande letto dell’ospedale, le erano rimaste solo le carezze di Papà.
Non ne poteva più di quel gioco. Decise di smettere e provò a gridare, aprire gli occhi e ricominciare a correre. Ma non ci riuscì.
A quel punto un fiume di lacrime silenziose, scese dal suo viso. Ma i baci di Papà erano lì, ad asciugarle, una ad una. Un bacio per ogni lacrima.
Dentro di lei sapeva, che tutto questo, non sarebbe durato a lungo.
Nella sua fiaba, Papà le disse che un giorno con un dito le avrebbe scritto qualcosa sulla pelle, e lei avrebbe dovuto indovinare. Questo voleva dire anche che era giunta la fine del gioco.
Silvia ormai, non aveva più voglia di giocare, né di piangere, aspettava solo la fine.
Senti il dito di Papà che disegnava grandi lettere sulla sua schiena, ed accennò un sorriso. Indovinò al primo colpo cosa lui le scrisse, ma lasciò che lo facesse ancora, molte volte.
Infine rispose nel loro linguaggio, per confermare che aveva capito e che avrebbe tenuto il segreto.
Strinse forte il dito del Babbo, con le ultime forze che le rimanevano, sino a quando lasciò la presa e scoprendo il suo dolce sorriso, un’ultima volta, smise di giocare per sempre.